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I figli del Mastro Vetraio

di Marianna De Stefano

Questa fiaba meravigliosa di Maria Gripe, pubblicata per la prima volta in Svezia nel 1964, torna ad essere proposta ai giovani lettori italiani grazie alla collana I Miniborei della casa editrice milanese Iperborea, specializzata nella pubblicazione di opere letterarie di provenienza dei Paesi Scandinavi.

La collana, pensata per bambini dai 7 anni in su, si rivolge, in realtà, anche agli adulti, non soltanto per le scelte narrative, tutte le opere proposte sono ben capaci di catturare l’attenzione di un lettore adulto per i temi trattati e per la struttura del testo, ma soprattutto perché frutto di un progetto preciso dell’editore, che mira a coinvolgere l’adulto nel percorso di crescita del lettore più giovane. Si tratta, cioè, di libri che si prestano ad essere letti autonomamente dai ragazzi, ma anche insieme a mamma, papà, nonni e quanti condividano con loro il piacere della lettura di testi più articolati.

Glasblasarns barn, che letteralmente corrisponderebbe a “I figli del soffiatore di vetro”, è un classico della letteratura per l’infanzia del Nord Europa. Frutto della penna di Maria Gripe, nata nell’arcipelago di Stoccolma, scomparsa nel 2007, che ha ottenuto numerosissimi riconoscimenti per la sua produzione, tradotta in tutto il mondo, e che annovera, tra i tanti, anche il prestigiosissimo Premio Chistian Andersen ottenuto proprio nel 1974 per questo libro.

I figli del Mastro Vetraio

di Maria Gripe, traduzione di Laura Cangemi, edizioni IPERBOREA, collana MINIBOREI, 2018
Età di lettura consigliata: dai 9 anni

I figli del Mastro Vetraio

Mi sento in grande disagio a scrivere di un libro così famoso e di un’autrice così tanto affermata, ma ve ne voglio raccontare perché mi ha dischiuso, lasciandomi molto favorevolmente colpita, un mondo a me poco noto, ovvero quello della letteratura per l’infanzia dei Paesi Scandinavi, che vale sicuramente la pena di approfondire anche nelle proposte degli autori contemporanei.

L’edizione di Iperborea, pubblicata nel maggio di quest’anno, è molto curata anche sotto il profilo della traduzione, affidata a Laura Cangemi, esperta nelle traduzioni di classici della letteratura provenienti dalla Scandinavia.

La trama de I figli del Mastro Vetraio è, fin dalle prime battute, molto avvincente. La storia è ambientata nel paese di Penuria, che, probabilmente, deve somigliare molto ai paesaggi nordici e familiari all’autrice, ma astratto da questi e sospeso in una dimensione atemporale.

I figli del Mastro Vetraio

Ciò che ho trovato particolarmente intense sono le descrizioni, capaci di proiettare dinanzi alla vista del lettore i paesaggi in cui si svolge la storia ed i personaggi protagonisti, che appaiono di un tale reale, da far pensare di guardare un film, oltre che leggere un libro!

Non si pensi, però, ad una narrazione ridondante, prolissa. Nient’affatto! Lo stile della Gripe è così incisivo e forte che non ha bisogno di più di qualche riga per rappresentare dinanzi ai nostri occhi ciò che intende descrivere. Varrebbe la pena di approfondire se il merito è solo della scrittrice, oppure è la stessa lingua scandinava che ha questa attitudine. Il testo è accompagnato dalle illustrazioni di Harald Gripe, marito dell’autrice, tutte in bianco e nero e, perciò, molto cupe, che ci restituiscono in immagini alcuni brani del racconto.

I figli del Mastro Vetraio

La storia è ricca di metafore che spingono il lettore a riflettere in molte occasioni. Bellissima è, ad esempio, quella del corvo Savio che, per guardare troppo nella profondità del pozzo della saggezza, perde l’occhio che è capace di guardare il passato, il mondo delle ombre, della luna, del male. Resta così capace di vedere solo il bello e il buono della vita, che hanno le fattezze di fanciulli smarriti, desiderosi di giochi, ma soprattutto bisognosi di amore e della presenza degli amati genitori.

O, ancora, la metafora dei vasi del vetraio, che non vuole comprare mai nessuno, nonostante siano i più belli del paese, sicché lui e la sua famiglia saranno costretti a vivere nell’indigenza, finché non assumeranno la forma delle lacrime, ovvero del dolore che attanaglia il cuore di chi li ha creati, che diviene ricco ma anche infelice per aver subito una perdita insopportabile.

Maria Gripe ci esorta a riflettere sul senso della vera felicità, che ognuno di noi dovrà ricercare nei doni che la vita ci offre e non nel vuoto dei beni materiali. Un insegnamento, questo, che si conferma attuale, un monito valido ora, come allora.

I Figli del Mastro Vetraio è un libro da leggere di un sol fiato. Consigliatissimo per i lettori in erba più curiosi, che vogliono conoscere le storie con cui crescono i loro coetanei del lontano Nord, per gli amanti delle fiabe di magia. La magia di questo libro, però, non ha nulla a che vedere con l’esercizio di poteri soprannaturali, quella che solo pochi ed inspiegabilmente eletti hanno la fortuna di possedere, piuttosto appartiene a tutti ed è la capacità, che si acquista con l’esperienza anche dell’errore, di distinguere il bene dal male, la felicità dall’infelicità, in una continuità tra passato e presente.

Un’ultima curiosità, nel 1998, il regista svedese Albert Gronros regala al cinema un film tratto da questo libro, proiettato in Italia solo in cinerassegne di nicchia per bambini, impossibile da trovare in dvd, se non in lingua originale. Peccato!

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