Una struggente favola contemporanea sull’incapacità di amare

Sarà pure una favola dipinta, come da dichiarazione dell’autore in prima di copertina, ma senza dubbio in questo libro assumono molto peso anche le parole, a partire dal titolo: Il fato di Fausto (The fate of Fausto).

Forse giungerà nuova, ad un pubblico molto giovane, la parola fato; nel linguaggio colloquiale infatti difficilmente capita di incontrarla. Si parla di “fatalità” e poi, piuttosto, di “destino”, di “sorte” o “Caso” per quanto questi vocaboli non siano sinonimi perfetti; ma tra tutti “fato” è decisamente il più desueto, sa di epica, di mitologia e appare un po’ troppo grave per essere chiamato in causa con disinvoltura; è insomma una di quelle parole che solo la letteratura può permetterci ancora di incontrare. Accostata qui al nome Fausto calza a pennello e se anche il lettore bambino non dovesse cogliere a pieno il significato di questo titolo, credo che esso possa lo stesso lasciare un segno nel suo mondo interno, anche solo per come suona.

Anche il nome Fausto ha un significato che i più piccoli per lo più non coglieranno; la sua etimologia ha origine nel verbo favorire (favere, in latino), è dunque un nome fortemente beneaugurante. Non importa che questo venga spiegato, eventualmente si rivelerà da sé piano piano, col crescere delle conoscenze linguistiche dei bambini, ma certamente non possiamo pensare che la scelta dell’autore sia stata guidata solo da ragioni fonetiche (l’allitterazione dei suoni /f/ e /t/ delle parole fate e Fausto, che resta in maniera perfetta nella traduzione italiana) ma certamente anche di senso.

Il fato di Fausto, una favola dipinta

scritto e illustrato da Oliver Jeffers, tradotto, senza pestare i piedi e fare il pugno da ZOOlibri Italia, 96 pagine, ZOOlibri 2021, costo 20.00 Euro – Età consigliata: dai 5 anni

Il nome Fausto insomma promette bene, eppure… Fausto è un ometto di mezza età, calvo e con dei gran baffoni sotto al naso. Appare distinto ed elegante, in panciotto e pantaloni gessati. Lo incontriamo quando, convinto di possedere ogni cosa, decide di fare la conta dei suoi averi: un fiore, una pecora, un albero… Fausto è felice di possedere queste cose, così almeno ci dice il testo e noi proviamo a credergli, benché questa felicità fondata sul possesso sappia già di impostura. Fausto però non si ferma nella sua conta, va oltre, perdendo così anche questa seppur dubbia felicità.

Da qui in avanti infatti si avvia verso un inesorabile tracollo, di nervi anzitutto e di ragionevolezza; ciò che pretende suo è sempre di più e sempre più fuori misura (una foresta, un lago, una montagna addirittura).  Qualcosa tra le sue prede comincia a fargli opposizione e lui dà in escandescenza di fronte a chi non gli si concede, pesta il piede e stringe il pugno, in una goffa caricatura di un capriccio infantile; ad ogni modo, i capricci sembrano funzionare. Un po’ ci si resta male di fronte a questa natura così arrendevole; i pochi tentativi di resistenza che ci sono vengono abbandonati fin troppo presto. Perché la natura piega il capo, quasi vilmente, di fronte a questo omuncolo tracotante e grottesco? Davvero quel piede e quel pugno possono tanto?

Fausto infine sfida il mare, perché tutto ciò che possiede per lui non è ancora abbastanza. Ma il mare non è come gli altri: la sua voce sembra provenire da ogni dove, è calmo e immenso e conosce il cuore di Fausto. Il mare assume qui il ruolo del dio che arriva a pronunciare il fato (dal latino fari, dire), la sorte finale, di questo sventurato personaggio. Il fatto è però che Fausto, sovvertendo il buon auspicio insito nel suo stesso nome, la sua tragica fine va proprio a cercarsela, pretesa dopo pretesa, e sembra in fondo che il dio-mare sia arrivato solo per offrirgli un’ultima possibilità di redenzione. Ma Fausto va oltre, anche questa volta, e proprio non capisce.

Il Fato di Fausto è una favola contemporanea; non ci sono animali ma un uomo, senza travestimenti zoomorfi. Come da tradizione del genere, il protagonista incarna ed esaspera alcuni difetti dell’umano: l’avidità, l’ira, la superbia.

Il suo difetto più drammatico e decisivo però è la sua totale incapacità di amare. Sembra non conoscere proprio il significato autentico di questa parola, sostituisce l’amare con l’avere e l’unico fine vero delle sue azioni è l’autocompiacimento, il che lo rende irragionevole e anche tanto stupido. Non può dunque che andare a finire male. Alla natura il fato di Fausto non interessa, la sua sorte non la scalfisce minimamente; forse non la scalfiva troppo neanche la sua presunzione di possederla. A noi però quel destino deve importare, e di fatto importa, perché per quanto non lo si compatisca, la fine di questo ometto spiazza e disturba un po’.  Nonostante tutto, è in lui che ci immedesimiamo, sentiamo che il suo destino potrebbe essere il nostro qualora non dovessimo capire quando è il caso di fermarci.

Non manca la morale, tipica del genere favola, che è lasciata ad un breve racconto dello scrittore statunitense Kurt Vonnegut a proposito del collega scomparso Joe Heller (proprio A Kurt e Joe, Oliver Jeffers dedica il libro) posto a chiosa del volume. È qui che troviamo la chiave, la principale almeno, per interpretare la vicenda di Fausto.

Fausto si infuria

Ho parlato a lungo delle parole in questo libro, ma indubbiamente anche il visivo comunica tanto e merita la nostra attenzione. Per realizzare le tavole, Jeffers è ricorso alla tecnica della litografia, lavorando presso la rinomata tipografia d’arte Idem Press di Parigi (Idem Paris). L’utilizzo di questa tecnica, ci dice l’artista, lo ha messo nella condizione di controllare molto poco il risultato finale, e ciò era perfettamente in linea con il senso stesso del libro ((346) The Fate of Fausto: A Painted Fable – YouTube). La palette dei colori è molto esigua, ed è ottimamente sintetizzata nei risguardi: marrone-rossiccio e azzurro-blu. Fanno eccezione alcuni dettagli fluo, rosa-arancio e giallo, destinati ad alcuni elementi ricorrenti del racconto (impossibile non pensare ai cromatismi fluorescenti di alcuni albi di Beatrice Alemagna). Più di tutto, è interessante l’uso che Jeffers fa del vuoto. Molte pagine sono bianche, prive di illustrazioni, talvolta prive anche di testo. Quand’anche l’illustrazione compare, campeggia su fondo bianco. Questa scelta decontestualizza la storia, dotandola di universalità ed esemplarità: non accadendo in un posto preciso, potrebbe accadere ovunque; rallenta anche il ritmo di lettura, che diventa con facilità introspettiva. Solo il mare, quando compare, si prende tanto spazio, arrivando ad occupare i due terzi di un’intera apertura; ma il mare, lo abbiamo detto, è davvero immenso e la piccolezza di Fausto al suo cospetto è schiacciante, per quanto lui, scioccamente, non se ne renda conto.

La vicenda di Fausto vuole essere un monito per il pubblico, quello dei piccoli e forse ancora di più quello dei grandi. Lasciamo dunque che arrivi con il suo messaggio e ci faccia un po’ da specchio. In un momento storico in cui il giustificazionismo prende troppo spesso il sopravvento, abbiamo ancora bisogno di favole che ci ammoniscano, senza mezzi termini, su ciò che è giusto e ciò che non lo è, su ciò che ha valore e ciò che al contrario ci inganna.

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