Ma dove sono le parole? Una raccolta di poesie bambine, a cura di Chandra Livia Candiani

Chandra Livia Candiani l’abbiamo incontrata su questo sito come traduttrice di Poka & Mine, però traduce anche testi buddhisti, è poetessa e maestra speciale.

Ma dove sono le parole?

Lei lo sa. E ce ne parla in un volume curato insieme ad Andrea Cirolla, un volume edito nel 2015 da Effigie edizioni (194 pagine) che raccoglie le poesie scritte dai bambini delle periferie multietniche di Milano dove lei stessa per tanti anni ha tenuto dei laboratori. Questa preziosa raccolta è stata in prima battuta pubblicata, parzialmente, in quattro puntate sul sito de Il primo amore ed è ancora oggi consultabile.

Gli incontri in classe tra la poetessa e i bambini (circa 1400 bambini di nove e dieci anni, molti dei quali provenienti da paesi stranieri) iniziano in cerchio, seduti a terra, dandosi la mano e presentandosi; sono incontri non solo di parole ma anche di corpi. In fondo per Paul Celan non c’è differenza tra una poesia e una stretta di mano. E poi, dove non arrivano le parole, spesso per via della diversità delle lingue, interviene la «grammatica di espressioni facciali».

Gli strumenti principali che vengono consegnati ai bambini sono la libertà e la fiducia. Non c’è niente di proibito in poesia, niente che non si possa dire, basta trovare le parole; e spesso le parole nascono dalle domande, e dalla voglia di comunicare. I bambini sentono, come i poeti, come dice un poeta nicaraguense «Un poeta siente». Questi seminari di poesia sono anche un allenamento a sentirsi, a esplorarsi coi cinque sensi.

L’introduzione al volume si intitola «Il nostro amico silenzio». Il silenzio è un tema caro alla poetessa, un suo saggio per Einaudi si chiama proprio Il silenzio è cosa viva, l’arte della meditazione e dice che di silenzi ne esistono di diversi tipi; dice anche che la meditazione è nei gesti quotidiani, è dove siamo, il corpo, il respiro, lo sguardo su noi stessi; dice la possibilità di un «sereno disincanto» e della pace come «accoglienza dell’irrequietezza».

Il silenzio è cosa viva a mio parere è anche una bussola, perché permette di conoscere più a fondo il suo vocabolario personale, quello che usa nelle poesie; permette di perderti meglio nelle sue poesie, ecco, per poi ritrovarti, perché le sue poesie sono tane, dove farti cullare, curare, scaldare.

Ma torniamo ai bambini. Spesso non sono abituati ad ascoltare il silenzio, e allora il metodo di Chandra Livia Candiani parte da qui, da questa esperienza insolita e arricchente: la ricerca di un silenzio piacevole, un ascolto di sé e del mondo, nella consapevolezza che il silenzio «non è l’assenza di rumori, è il loro sfondo, il loro riposo».

Forse la fonte delle parole più vere è proprio questo silenzio piacevole e interiore; per usare le parole di un poeta afghano citato dalla poetessa: «una frescura al centro del petto».

Il silenzio è anche il primo dei nuclei tematici nei quali sono stati suddivisi i lavori dei bambini. Gli altri sono: Le parole, L’autoritratto, Il mondo, L’addio, I grandi, Quello che conta, Che cosa è la poesia.

L’addio è quello che più di tutti tocca il dolore. Ci sono, nelle poesie sull’addio, amici lontani, fiori senza petali, gatti e cani soli o ammalati, il mare e le conchiglie.

La sezione finale è dedicata alle poesie dei bambini rom. Le loro poesie parlano spesso della notte, del freddo, della pioggia e degli incendi. Però in questi bambini  è riconoscibile anche l’abitudine alla gioia sfrenata, e «sanno che la gioia della comunicazione è una gran gioia».

Forse la gioia della comunicazione assomiglia all’aeroplanino di carta che attraversa la copertina azzurra del libro lasciando dietro di sé un tratteggio ondulato, sembra un aeroplanino fragile e fiducioso, in equilibrio instabile, aperto all’inaspettato.

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