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Una cosa difficile: imparare a chiedere scusa

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Poco prima della pausa per le vacanze natalizie sono stata in classe di mia figlia, che frequenta il secondo anno della scuola d’infanzia, a leggere ad alta voce alcune storie scelte tra le nostre favorite. È stato solo il primo di una serie di incontri che condurrò nel corso dell’anno ma probabilmente si è trattato del più importante, perché mi ha permesso di farmi conoscere dai bambini, di conoscerli a mia volta, di capire il grado di coinvolgimento generale, l’attenzione, la curiosità ecc.

Com’è andata?

Bene, benissimo. I bambini erano emozionati, interessati, pronti a intervenire con una valanga di domande e di riflessioni personali. Mi hanno travolto con la loro euforia contagiosa.

Quando sono entrata in aula, erano già tutti seduti a semicerchio che mi aspettavano impazienti. Non c’è stato bisogno di lunghe introduzioni perché già sapevano tutto di me, come ci ha tenuto a dirmi Niccolò, il più loquace del gruppo, mentre mi presentavo. Le maestre erano giorni che annunciavano questo momento e il fatto che i bambini fossero contenti del mio arrivo mi ha messo subito in una condizione favorevole.

Ero a mio agio e loro prontissimi all’ascolto. Anche Ilaria, che temevo si imbarazzasse per la presenza invadente della mamma in questo contesto, mi ha accolto col sorriso e con gli occhi contenti.

In questo clima frizzante e carico di attesa, ho provato un’enorme soddisfazione a svelare il mio tris d’assi, ovvero i tre libri che avrei letto a questo pubblico vispo e partecipe. Tre splendide storie sull’amicizia, quella vera, quella che non ha paura di sbilanciarsi nei sentimenti, di sacrificarsi per l’altro, di riconoscere i propri sbagli, di perdonare. Fra questi tre titoli, però, uno mi creava qualche agitazione:

 

UNA COSA DIFFICILE

Silvia Vecchini, Sualzo, Bao Publishing, 2016
Età di lettura consigliata: dai 3 anni

cover di Una cosa difficile

Un libro commovente, paradigmatico, originale, ma senza parole. Ecco, leggere a 20 bambini che non avevo mai incontrato prima un silent book, un po’ mi preoccupava (ho già avuto modo di spiegarvi in passato perché questi libri possono “spaventare”).

E allora perché lo avevo portato?

Lo avevo scelto senza rifletterci troppo, semplicemente perché lo trovavo bellissimo e significativo. Il fatto che non contenesse testo scritto mi era sembrato, anzi, un motivo in più per essere ricordato dai bambini e per far loro conoscere qualcosa che probabilmente non avevano mai visto fino a quel momento.

Non mi sbagliavo. Nessuno di loro aveva mai letto prima un albo di questo tipo. A dirla tutta, la maggior parte di loro non era proprio abituato a sentir leggere storie a casa propria. “Mia madre mi legge sempre, ma senza libri”, ci ha tenuto a farmi sapere Amelia, la cui mamma, evidentemente, ama raccontare storie che nascono dalla sua fantasia o dai suoi ricordi, senza che siano impresse sulle pagine di un libro.

Tornando a UNA COSA DIFFICILE, poetico albo senza parole dalla valenza universale, perché può essere compreso da bambini di età diversa e dagli adulti tutti, i miei dubbi sul fatto che non fosse adatto a una lettura collettiva si sono dissolti dopo pochi secondi.

Lo abbiamo letto insieme, io e i bambini, mentre tenevo aperto il libro di fronte a loro, mi avvicinavo per mostrare bene le figure, chiedevo di raccontarmi quello che vedevano, cercando di richiamare il loro sguardo su alcuni particolari significativi, un’espressione turbata, una porzione di pagina vuota, a sottolineare un momento di silenzio e pensiero profondo.

La trama

Una storia piccolissima, che narra per immagini un episodio minuscolo nella vita di due persone, che però ha una valenza immensa, perché sono i sentimenti a essere toccati. L’amicizia, il senso di colpa, il desiderio di farsi perdonare e rimettere tutto a posto, la capacità di chiedere scusa e di andare avanti come se nulla fosse accaduto.

C’è tutto questo nel breve racconto visivo immaginato da Silvia Vecchini e illustrato da Sualzo, coppia artistica e coppia nella vita, che vi ho presentato già in precedenza.

Il cane umanizzato corre all’inseguimento di qualcosa che sta ruzzolando giù dalla collina. Forse è un gioco, il pomolo di una porta, forse una pallina. Ma avvicinandosi alla pagina il mio pubblico attento scopre che si tratta in realtà di una rotella.

pagine interne di Una cosa difficile pagine interne di Una cosa difficile

Rimbalza fino a che non si deposita tra i fili d’erba. Il ragazzino afferra l’oggetto e lo guarda sconsolato. Poi si alza un venticello che è sicuramente freddo. Lo percepiamo dal suo volto triste e dal paesaggio scabro, dominato da un cielo bianco che pare ghiacciato.

Il giovane protagonista pensa, stringe nella mano la rotellina, poi si volta e si rimette in marcia. Va verso la salita. Torna indietro, controvento, faticosamente, determinato ma con lo sguardo ancora desolato. il cane percorre la salitaLa collina diventa una montagna da scalare, con rocce alte e ripide. Al vento si aggiunge la neve. Sulla guancia scorre una lacrima. La parete rocciosa si fa più insidiosa, diventa una linea verticale a cui aggrapparsi con estremo sforzo, mentre la tempesta di neve imperversa. Il cagnolino non demorde, continua a guadagnare centimetri in avanti. Non è facile percorrere questo viaggio, che è anche un viaggio dentro se stessi e dentro la propria coscienza.

la montagna insidiosa

Quando raggiunge finalmente la cima della montagna, il cane-bambino non è più solo. Seduto sulla vetta, voltato di spalle, qualcuno sta piangendo.

Giriamo pagina e tutti i fili della storia si riannodano: vediamo due ragazzini dispiaciuti e un gioco che si è rotto. O meglio, un gioco che uno dei due ha rotto. Un carretto a cui manca una ruota.

Ora è perfettamente chiaro e lampante quello che è successo. Spiegato senza dire una parola. Un bambino della classe di Ilaria ha urlato: “Ha rotto la macchinina!”.

La rotellina però è stata recuperata. Il gioco si può riparare. Si può riparare a un errore. Si può chiedere scusa. Si deve chiedere scusa, quando si ha sbagliato.

Ed è proprio “SCUSA“, seguita da tre puntini di sospensione (quanta fatica costa pronunciarla!), l’unica parola che troviamo scritta in questo poetico libro che scava con metafore intense nella sfera emotiva e nella coscienza morale di ciascuno di noi. Una parola che in questo caso non è gettata al vento, vuota, ma è stata accompagnata dai fatti, dai gesti concreti.

la macchina rotta

 

Il bambino è corso a riprendere la ruota, si è pentito sinceramente, ha vissuto un conflitto interiore, simbolicamente raffigurato con la salita, la montagna da scalare, il vento, la tempesta… E poi, consegnando la ruota, ha rimesso le cose “per il verso giusto”, come spiega l’autrice Silvia Vecchini sul suo blog, dove racconta la genesi di questa bellissima storia.

Davanti ai due personaggi adesso c’è una discesa. Una lunga discesa da percorrere insieme con il sorriso sulle labbra e il cuore finalmente liberato da un peso.

Con la macchina in discesa

 

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