Una casa ancora immersa nel buio della notte. Una voce di bambino che racconta. Sopra a una cassettiera dei pupazzi, una foto. Appesi al muro, dei disegni. Piccoli scorci di una quotidianità quieta, rassicurante.
Quel giorno, diversamente dal solito, il bambino è già sveglio. La porta di casa si apre, la luce si versa all’esterno, tracciando un rettangolo giallo nell’oscurità, dentro cui si staglia l’ombra del bambino. Indossa giacca e scarponcini, è pronto.
Daniel Fehr, Orecchio acerbo, 2021. Illustrazioni di Elena Rotondo. Età di lettura: dai 5 anni
Percorre le strade buie, illuminate soltanto dai lampioni. Lo precede suo padre. Si lasciano alle spalle le abitazioni e in un attimo si ritrovano a camminare in un bosco. Il padre è sempre davanti a lui, procede con passo spedito e sicuro. Il bambino invece si sofferma ad osservare gli alberi, le ombre. La sua torcia ci offre sprazzi di una natura che è ancora addormentata. Le fronde delle piante che si stagliano nel cielo scuro, i rami che si intrecciano come a formare un tetto, i tronchi che sembrano volti, gli animali che riposano o lo osservano curiosi e un po’ interdetti dal passaggio di ospiti inaspettati.
In quel silenzio, ogni rumore si amplifica e acquisisce un suono nuovo. Sotto i piedi del padre i rametti scricchiolano e si spezzano. Il bambino lo segue. Sembra di sentire il suo respiro regolare, è concentrato per non rischiare di perdere l’equilibrio e scivolare.
D’improvviso il loro cammino si conclude. Si fermano nel bel mezzo del bosco. Il bambino pare confuso, incerto. Padre e figlio si siedono, vicini ma non troppo. Non parlano. La natura, nel frattempo, offre sé stessa in tutto il suo fascino notturno e misterioso: un cielo stellato si affaccia fra le nuvole, una coppia di cervi scruta il paesaggio circostante, una lumaca procede lenta su una foglia, tante piccole lucciole si muovono nel fitto dei cespugli.
I sensi del bambino sono in allerta. La terra umida, l’odore della vegetazione. Tutto lo colpisce, ogni cosa è nuova per lui.
Poi ecco che il motivo di quella passeggiata notturna si rivela improvvisamente ai suoi occhi stupiti. Il buio della notte piano piano, senza che lui se ne accorgesse, ha lasciato il posto alle prime luci del giorno, il silenzio si è tramutato nel canto degli uccelli, nel rumore della foresta che si risveglia.
La tensione di quel tragitto, breve ma denso di suggestioni, si scioglie nella luminosa serenità del mattino che sta nascendo. Anche il viso del padre si distende finalmente in un sorriso.
Arriva il momento di fare ritorno a casa, ma non prima di lasciar scorrere lo sguardo ancora una volta su tanta bellezza, col cuore gonfio di meraviglia e di pace.
Le parole con cui Daniel Fehr racconta questo piccolo viaggio sono essenziali, sapientemente misurate. Ne traspare il senso di attesa del bambino, il fremito e il lieve timore verso ciò che non conosce e che non ha mai fatto, ma anche la fiducia nei confronti del padre. Non sa dove sta andando, né perché, ma avanza dietro di lui un passo alla volta nella notte, senza esitazione.
Le illustrazioni di Elena Rotondo fanno sì che questo albo ci parli sin dalla sua copertina, dominata dalla finestra della camera del bambino, che ci osserva avvolto nella penombra. Illustrazioni a pagina intera si alternano a disegni che sembrano voler cogliere ed evidenziare agli occhi del lettore alcuni dettagli, come piccoli fotogrammi che restano impressi nella mente in modo indelebile, definendo l’esperienza del bambino, caratterizzandola in modo ancor più preciso: una fionda appesa alla seggiola che ritroviamo poi appoggiata a un tronco nel bosco, un barbagianni che osserva i due ospiti da sopra un albero, le scarpe del padre e quelle del figlio vicine, fianco a fianco, così simili fra loro, mentre i due attendono l’arrivo dell’alba.
Quando i grigi, i toni del blu e quelli del nero lasciano spazio al rosa e al giallo del cielo, all’azzurro di un torrente, al verde brillante dell’erba, la natura si trasfigura e il respiro delle immagini finali si amplia nell’immensità del cielo mattutino. Ancora una volta però, Elena Rotondo non perde il gusto per il dettaglio e ci offre altri scorci: la mano del bambino che accarezza una ninfea, un pettirosso che canta tra i rami, un fungo che emerge dall’erba, lo stelo piegato di un fiore che sta salutando il nuovo giorno.
Immagini e parole si muovono in perfetta armonia per celebrare un’esperienza quasi catartica, una piccola avventura condivisa che è destinata a non essere mai più dimenticata, un legame che si rafforza e trae linfa dalle piccole cose.
Le scarpe, immagine con cui il libro si apre e si chiude, diventano il simbolo di un cammino che aspetta di essere percorso, di una strada da fare assieme, ma senza stare mai troppo vicini, per lasciare spazio all’altro, di un viaggio che spesso si snoda nel silenzio, ma che è carico di significati che le parole non sarebbero in grado di esprimere.
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