Dalla mia casa vedo il mare.

Un’affermazione breve, secca, all’apparenza piuttosto neutra. Fa da incipit a un libro che contiene ben altro rispetto a ciò che inizialmente mi sarei aspettata di sentir raccontare. Anche le illustrazioni, a una prima occhiata, non lasciano presagire nulla di particolare: l’interno di una cucina, due tazze sul tavolo, i resti di una colazione consumata nella quiete di un mattino qualunque. Un uomo sulla porta si sta calando in testa un cappello. Di fronte a lui, una giovane donna, sua moglie, regge il cestino del pranzo. Sopra la stufa bolle una pentola, sorvegliata da un micione rosso.

Poche altre frasi spiegano a chi legge quel che si vede all’esterno mentre l’uomo si allontana salutando, per unirsi a tanti altri uomini: la casa, il mare, i prati verdissimi, la città.

È quando si gira nuovamente pagina che la realtà arriva e provoca un primo sussulto.
Mio padre è un minatore e lavora sotto il mare, laggiù, nel profondo delle miniere di carbone.

Mi fermo. Finalmente comincio ad aprire gli occhi. Realizzo che quell’uomo non sta andando in un posto qualunque. Capisco che la voce narrante è quella di un bambino, suo figlio.

L’istinto è di tornare indietro per osservare con maggiore attenzione quelle prime pagine che forse ho sfogliato un po’ distrattamente. Qualcosa mi dice che me ne sarei dovuta accorgere che l’argomento era – per così dire – impegnativo. I miei occhi vedono dapprima solo il mare luminoso in copertina e un bambino seduto ad osservarlo. Poi però noto anche i tralicci dell’energia elettrica che attraversano la cittadina.

Strano come una cosa a cui sono così abituata, tanto da non notarla nemmeno, diventi improvvisamente un elemento che in un certo senso quasi mi disturba. Comincio a notare i tralicci anche nelle pagine successive, quelle che avevo già letto. Sono una presenza ricorrente e un po’ cupa, di fronte alla quale finalmente mi spiego meglio il tema del libro.

Proseguo con la storia e la luminosità della scena mi coglie impreparata. C’è un bambino che dorme, è il protagonista. Come ha fatto sino ad ora, ci spiega in modo semplice e conciso che cosa succede al suo risveglio. Mentre lui indugia alla finestra ad osservare il mare, immerso nei rumori del mattino, il pensiero corre a suo padre.

Durante il giorno questo succede più e più volte. È così che, scorrendo le pagine che seguono, diviene sempre più netto ed evidente il contrasto tra il mondo che sta sopra il mare, quello del bambino, e la realtà che invece si trova sotto, la miniera in cui l’uomo sta lavorando.

La luce del sole, la leggerezza dell’infanzia, i giochi all’aria aperta, la vista del mare azzurro e sconfinato, si alternano col buio della miniera, che sembra avanzare sempre di più, portando con sé il peso delle responsabilità e dei doveri dell’età adulta.

Il tempo del bambino scorre sereno, tranquillo, costellato delle piccole incombenze di ogni giorno, mentre il mare fa da sfondo costante, come un compagno fedele e silenzioso. Il tempo del padre invece sembra opprimente, uguale a se stesso, pare non dover scorrere mai.

A colpirmi di questo albo, però, è un passaggio in particolare, quello in cui il bambino va a trovare il nonno al cimitero. Anche lui è stato minatore.

Il nonno ha scelto di riposare di fronte al mare, per poter vedere per sempre la luce e non più il buio, l’aria tersa e non la polvere nera, il mondo che sta sopra e non più quello che sta sotto, finalmente immerso nella calma e nel silenzio e non più nel rumore sordo della miniera.

All’improvviso, davanti a quella lapide bianca, la storia personale del protagonista, quella di suo padre e, prima di lui, di suo nonno, si inseriscono in un quadro ben più grande e ci raccontano il destino di tutti coloro che, per generazioni, hanno dovuto lavorare in miniera.

Cala la sera, il papà fa ritorno a casa e la famiglia si riunisce a tavola. Un grande senso di serenità permea l’intera scena. Dopo cena ecco comparire di nuovo due tazze. Finalmente c’è il tempo per rilassarsi e per parlare.

Mentre si addormenta, il bambino, ancora una volta, pensa a suo padre.

Sa quale futuro lo aspetta, sa che è lo stesso che per il padre corrisponde al presente. La vista del mare, quando ci pensa, forse ha un che di amaro. Eppure accetta questo fatto come qualcosa di ineluttabile. Sono figlio di un minatore. Nella mia città funziona così.

Nel leggere questa frase viene da chiedersi se quel bambino, dentro di sé, non sogni magari un finale diverso per la sua storia. Viene da domandarsi se lo potrà avere.

Una volta chiuso l’albo, mi sono ritrovata a pensare a un altro bellissimo libro: Mio padre, il grande pirata, di Davide Calì. Il tema è il medesimo, anche se in questo caso il giovane protagonista vede il proprio papà piuttosto di rado e non può attenderne ogni sera il ritorno.

Il mare ricorre anche in quell’albo. Il bambino immagina il padre come un pirata che vive mille avventure, lo crede in un luogo diverso da quello in cui è. Non conosce la realtà, forse la sospetta, e si trova a doverci fare i conti all’improvviso.

Si tratta di due libri certamente adatti ai bambini più grandi, se non addirittura ai ragazzi. Chiedono di fermarsi, di riflettere, se possibile di essere letti con un adulto a fianco, che possa fare da intermediario e da guida e rispondere alle domande che inevitabilmente sorgeranno, per comprendere meglio e più a fondo il significato di una storia tutt’altro che semplice, immersa in un periodo storico in cui lavorare in miniera era la normalità, persino agli occhi di un bambino.

La mia città sul mare

di Joanne Schwartz, illustrazioni di Sydney Smith, traduzione di Elena Spagnoli, Pulce edizioni, 2020.
Età di lettura consigliata: dai 6 anni

Maria Salbego

Laureata in Beni Culturali e bibliotecaria, è appassionata di letteratura per l'infanzia. Ha un debole per gli albi illustrati, in particolare per quelli che hanno come protagonisti orsi e lupi. Da molti anni ormai è lettrice volontaria. Ama viaggiare, sia fisicamente che con la fantasia.

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