A tutte le cose che ci circondano abbiamo assegnato una specifica funzione. Ma siam certi che non abbiano anche un’altra vita segreta?
L’istrionica illustratrice (in questo caso anche scrittrice!) Marianna Balducci, che spesso e volentieri si è divertita nelle sue opere letterarie e artistiche a mescolare la realtà fotografica con la finzione del disegno, ci porta a scoprire cosa si nasconde dietro l’apparenza, al di là di quello che si vede a occhio nudo, con l’ausilio della forza dell’immaginazione.
di Marianna Balducci, foto di Fabio Gervasoni, Sabir Editore, 2020 – Età di lettura consigliata: dai 6 anni
In questo libro 14 oggetti si raccontano, rendendoci dei fortunati ascoltatori di storie. Il filo conduttore è una sottile linea rossa tratteggiata (ndr. pare la rappresentazione dello svolazzamento di un’ape) che collega idealmente le pagine tra loro; prende il via dalla matita di una ragazzina che se ne sta seduta a gambe incrociate accanto al riassunto fotografico di tutti gli oggetti che il lettore andrà a scoprire…
Incontriamo così un temperino che non affila solo le matite, ma che si trasforma anche in un giocoso aguzzino, per passare poi a 3 ditali che si divertono a far magie e per arrivare a dei fermacampioni che, sparsi per il mondo e pronti a immobilizzare pensieri, si scontrano con Giulia, portatrice sana di un cervello impossibile da fermare.
Fabio Gervasoni, fotografo, mette a disposizione di Marianna la sua arte, per fermare in uno scatto il momento perfetto, quello in cui “… succede che gli oggetti si stanchino di essere quello che sono sempre stati e decidano di prendersi una vacanza”. Lei poi, “disegno a china, colorazione e postproduzione in digitale”, unisce alla realtà dei fatti la magia dell’invenzione: piccoli e misteriosi personaggi in bianco e nero, dalle fattezze paffute e dagli sguardi buffi, diventano gli utilizzatori degli oggetti nella loro vite alternative, animandoli concretamente.
Avviene così che Rodrigo, con baffi, cannocchiale e codino, navighi con la sua acetiera da una degustazione all’altra, una bella ragazza dai capelli lunghi faccia un bagno rilassante nel raccoglitore di caffé della moka, mentre un omino pelato si innamori di un avido portamonete che architetta inganni.
La coppia Balducci – Gervasoni non è nuova a questa combinazione tra fotografia e illustrazione, infatti un loro precedente “esperimento” li ha portati nel 2018 a vincere il premio nazionale “Nati per Leggere” insieme all’autrice Elisa Mazzoli, con “Il viaggio di Piedino”, edito da Bacchilega Junior.
Dal punto di vista grafico, il libro ha una struttura ben precisa, come se fosse uno speciale abbecedario illustrato: le piccole storie sono tutte a sinistra, introdotte semplicemente dal nome dell’oggetto che ne sarà il protagonista; le immagini e i disegni invece occupano lo spazio di destra, a tutta pagina; anche la scelta degli sfondi colorati è una sequenza ordinata, che si ripete: giallo, arancio, azzurro / giallo, arancio, azzurro… Le cose fotografate invece hanno quasi tutte un tono bronzeo, dorato, a tratti arrugginito, a voler sottolineare lo scorrere del tempo e l’usura, senza alcuna intenzione di nasconderli: dopo tanto tempo a fare quel che dovevano, sulla base della loro primaria e arcinota funzione, possono iniziare la loro nuova vita.
In copertina, il cavatappi che diventa un aereo sapientemente pilotato dall’eroica Amelia, la cui storia è poi ovviamente raccontata nel libro, è un’immagine che è stata anche vincitrice di una speciale menzione per il concorso “Strumenti di viaggio” nel 2015, esposta poi al Lucca Comics and Games.
La particolarità (tra le tante) di questo libro, sta anche nell’invito finale dell’autrice a continuare questa sfida immaginativa “Hai mai chiesto agli oggetti di casa tua cosa vorrebbero essere per un giorno?”, con una serie di suggerimenti utili a scovare e cogliere “La vita nascosta delle cose”.
Dopo aver letto e apprezzato il libro, avevo tante curiosità legate al modo di lavorare di Marianna Balducci. E così l’abbiamo contattata per un’intervista su questo albo e non solo…
La prima domanda è un po’ in stile: “nasce prima l’uovo o la gallina?” È la storia / il personaggio che hai in testa che ispira la ricerca dell’oggetto che fa al caso tuo, o viceversa?
Per La vita nascosta delle cose sono stati gli oggetti a guidarmi, che poi è la modalità di esplorazione foto-illustrata che preferisco: osservare le cose del mondo e capire in quale spazio vuoto posso inserirmi. Poi la storia si può esaurire in una sola immagine (come in questo catalogo) o impormi successive esplorazioni e messe in scena più progettate (come nel caso dello sviluppo narrativo di Io sono foglia).
La vita nascosta delle cose parte dal presupposto che gli oggetti si stanchino di essere sempre gli stessi e, almeno per un giorno, possano diventare protagonisti di una nuova avventura. Dare la precedenza alle foto quindi era doveroso. Con Fabio Gervasoni, che ha realizzato gli scatti, abbiamo osservato questi oggetti (e molti altri) sotto tante angolazioni diverse. Successivamente, guardando gli scatti, ho scelto quelli “parlanti” e su di loro hanno attecchito le storie.
La bimba con gli occhi grandi, la frangetta e le trecce che compare nella pagina di “riepilogo” dei 14 oggetti, ma anche nella storia legata alla spazzola… sei forse tu?
Temo proprio di sì…! 😀
Qual è il tuo oggetto preferito (o la storia a cui sei più affezionata) tra i 14?
Il temperino è stato il primo disegno realizzato e a lui sono affezionatissima perché è un oggetto che da disegnatrice è un po’ un feticcio (anche per chi disegna tanto in digitale come me) e perché è stato uno di quegli oggetti che mi ha insegnato che non dovevo sentirmi in colpa a “disegnare poco”: bastava disegnare quella serratura e la storia si sarebbe letteralmente aperta. Il segno deve essere al servizio del nuovo equilibrio che la foto ci consente di costruire quindi a volte basta disegnare pochissimo, ma sapere esattamente perché stai tracciando quel segno e non un altro.
Sono tanto affezionata anche al cavatappi che ha dato inizio alla scrittura delle storie (che in principio non erano previste e sono arrivate un po’ dopo). Con lui mi sono accorta di quanto la scrittura fosse da sempre nella testa, anche quando mi mettevo a progettare un singolo disegno. Con lui sono arrivate la selezione a Lucca Junior nel 2015 e le parole incoraggianti di Livio Sossi e si sono disinnescate in me molte cose.
In questo libro sei scrittrice e foto-illustratrice, ma quando ti cimenti con l’illustrazione di storie altrui, quanto ti affidi al tuo istinto creativo nell’interpretare le parole di altri o quanto invece vuoi che sia l’autore a dirti che direzione prendere sulla base del suo immaginario?
Sto cercando di mettermi alla prova su diverse modalità di approccio, mi piace studiare percorsi nuovi, sono davvero ancora all’inizio nella letteratura per l’infanzia. Sono stata molto fortunata fino ad ora ad essere stata coinvolta in progetti che, pur essendo molto diversi, mi hanno lasciato ampio spazio di proposta e ho incontrato autori con cui c’è stata una profonda sintonia. Credo che molto del racconto costante che faccio da anni in rete abbia contribuito a generare questi incontri professionali felici: chi mi coinvolge e mi ha osservato un po’ in rete spesso ha capito in che modo possiamo dialogare e magari arriva con una proposta già molto precisa o che intercetta corde su cui siamo già sintonizzati entrambi.
Il foto-illustrato sicuramente non è una strada facile per le collaborazioni editoriali perché le fotografie sono materiale molto vincolante ma è stato bellissimo mettere a punto ogni volta un modo nuovo per trovare la quadra, per esempio con Elisa Mazzoli quando abbiamo avuto a che fare con un bambino vero (“Il viaggio di piedino” e “Il sogno di ditino”, Bacchilega junior), con Stella Nosella quando abbiamo lavorato su foto di reportage per raccontare Amatrice (“Verde speranza”, L’orto della cultura), con Angelo Mozzillo che è partito dalle mie foglie e poi, come una magia, ha trovato il modo per riaprirmi nella testa il canale per far uscire le altre immagini (“Io sono foglia”, Bacchilega junior).
Ti è mai capitato di avere un’idea creativa “urgente” nel momento meno opportuno? Tipo la voglia di disegnare mentre sei dal dentista… come ti sei comportata? Hai fatto fuggire l’idea o le hai dato priorità?
Mi capita spessissimo! Nella maggior parte dei casi non devo lasciar scappare l’appunto quindi, se proprio non posso disegnare, lo scrivo (su un quaderno, su una nota del telefono) e, se l’innesco si è attivato guardando un oggetto, scatto la foto col telefono. Mi è capitato molte volte che un disegno fosse “urgente” anche in giornate piene di altre incombenze. Mi fa bene ogni tanto dargli la precedenza, senza dovermi giustificare con nessuno o con me stessa. Mi ricorda che una delle ragioni per cui amo questo mestiere è che a volte la creatività è un appuntamento e devo essere disponibile a un nuovo incontro senza farmi appesantire troppo dai ritmi, dalle pretese, dalle aspettative.
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