Letture per bambini

Storia di Gali Gali, il grande gabbiano reale e la gabbiana comune

Nonostante io non sopporti le sovraccoperte (e me ne scuso se è il caso), questo piccolo libro di Claudio Magris per Bompiani, Storia di Gali Gali, è davvero un bella cosa: formato piccolo, 13×18 cm, la copertina cartonata di un grigio caldo, come i risguardi, le pagine di un cartoncino abbastanza spesso; tutto accarezzabile e annusabile, apprezzabile anche solo a guardarlo.

Sfogliandolo si è subito rapiti dalle illustrazioni di Alessandro Sanna: notturne, marine, poetiche, certe nuvole attraversate da pioggia e fulmini sembrano uno Sturm und Drang in piccolo. Molte sono incorniciate in bordi bianchi su sfondi scuri oppure azzurrini, altre libere sulla pagina. Il testo è leggero e non giustificato.

Storia di Gali Gali è un volo di 48 pagine, con eventi atmosferici che romanticamente accompagnano i cambi di rotta nell’animo e nella storia dei protagonisti (o forse sono più un segnale, una tempesta quasi come una punizione che può innescare un cambiamento).

La storia inizia col tratteggio di un’ambientazione, un tramonto rosso e oro e il giardino di una casa vicino al mare, e con l’introduzione di alcuni personaggi, il gabbiano bianco Gali Gali che arrivava nel giardino con grandi volute, il signor Kučić che gli lasciava sardoni e frattaglie, il cane da pastore del Carso di nome Zivil col quale il gabbiano divideva perfino la cuccia.

A mio avviso, però, è come se l’incipit costruisse un’aspettativa in seguito disattesa:

«Si chiamava Gali Gali, ma non lo sapeva ancora. Quel nome infatti gli sarebbe stato dato più tardi, nel tempo forse più felice della sua vita».

Eppure quel tempo felice non è il tema del racconto, le coordinate dell’affetto che lo legava al signor Kučić e a Zivil non ci vengono mai consegnate: Gali Gali è per tutto il libro «Gali Gali non ancora Gali Gali», la storia non parla di quel tempo felice ma di un tempo precedente e più faticoso.

Ma forse al vostro sguardo non capiterà come al mio, di rimanere appeso all’incipit in cerca di qualcosa, perché in realtà si scopre presto che non è quello il centro della storia. Storia di Gali Gali parla infatti dell’amicizia disinteressata e sorprendente di un gabbiano con un uomo e un cane, ma soprattutto della paura del diverso e della diffidenza verso il diverso, parla di vicende umane sempre attuali insomma (vicende animali, nel caso specifico); parla anche della libertà, quella che va oltre la gabbia dei pregiudizi, quella che si trova nell’accoglienza e nella condivisione. Gali Gali rappresenta uno dei tanti gabbiani bianchi, ciascuno di quei gabbiani, ognuno di noi.

Quando Gali Gali arrivò alla casa vicino al mare, la paura del diverso l’aveva ormai persa, il signor Kučić capì che doveva essergli capitato qualcosa «per aver perso la paura e quella cattiveria che c’è sempre nella paura». Gli era capitato qualcosa, è vero.

Gali Gali era un gabbiano reale, un grande gabbiano bianco, e si sentiva, come tutti i gabbiani reali, il signore del mare. Un giorno nel territorio dei gabbiani reali arrivarono dei gabbiani comuni, grigi e brutti, avevano anche un odore diverso, e volevano mangiare il loro cibo e avvicinare le gabbiani bianche. Si diffuse un clima di inquietudine, prepotenza e disprezzo, spesso i gabbiani grigi venivano scacciati a beccate. Un giorno una tromba d’aria spinse Gali Gali fino a un’isola sconosciuta, quando il cielo si calmò si sentì triste e solo ma poi vide vicino a sé una gabbiana grigia e provò «un fremito di felicità». I due stettero insieme a lungo, senza curarsi dei pensieri degli altri.

Però non si ha scampo se i pensieri crudi e cattivi degli altri diventano pietre lanciate addosso, ferite e sangue marcio. Sebbene il signor Kučić sia un personaggio positivo, Magris non si (ci) risparmia: gli uomini sono «quegli animali dalle lunghe zampe non palmate, animali spesso selvaggi e feroci anche se incapaci di volare e alcuni perfino di nuotare».

Ecco, se la trama non è del tutto nuova, il linguaggio direi che è elegante ma diretto (con descrizioni degli uomini come questa, per esempio, è difficile farci pace), e che molto probabilmente le storie di questo tipo non bastano mai.

Concludo col dire che nonostante la mia avversione per le sovraccoperte, questa di Gali Gali riporta un’illustrazione tenera e centrale: il gabbiano reale bianco e la gabbiana comune, uno di fronte all’altra, forse nel momento in cui si scoprono, nell’attimo in cui lontani dal resto del mondo si riconoscono.

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Roberta Garavaglia

Classe 1984, laureata in sociologia, mamma, ogni tanto scrive racconti.

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