Letture per bambini

Un grande giorno di niente di Beatrice Alemagna

Beatrice Alemagna è bravissima a rendere speciale la quotidianità e a indagare le paure e i desideri dei più piccoli

di Alessandra Testa

E poi all’improvviso ti imbatti nell’albo illustrato che racconta come sia speciale la piccola vita di ognuno di noi. Una qualsiasi giornata normale che, seppur segnata da una mancanza, si trasforma da noiosa in una sorprendente avventura. Apparentemente, fatta di niente.

La pioggia, il fango, gli occhiali grondanti e le gocce che colano dal collo.

Un videogioco che prima sembrava indispensabile e che, una volta perduto («Tragedia delle tragedie!»), viene dimenticato grazie alla meraviglia generata da un pomeriggio trascorso in mezzo alla natura. E ancora le lumache, ah le lumache giganti durante un temporale!, e i funghi capaci di rimandare al ricordo di un odore: quello della cantina del nonno, dove da piccolo nascondevo le cose preziose. Lo avevo dimenticato.

Un grande giorno di niente

Beatrice Alemagna, Topipittori, 2016
Età di lettura consigliata: dai 5 anni

Eccolo qua, il volume che ci ricorda l’importanza delle piccole cose.

Un grande giorno di niente è, senza voler esagerare, magnifico. E non solo perché, come sempre, l’autrice bolognese di stanza a Parigi dimostra un grande talento nel fotografare il mondo interiore dei più piccoli, ma anche perché, in questo caso, la situazione descritta è di grande attualità.

Una madre, incollata al computer, a scrivere da casa, anche in vacanza; un bambino, con la testa dentro a un videogioco, insofferente. E un padre che, in un indefinito altrove, compare continuamente nei desideri inconfessati del figlio.

Schiacciavo un bottone, per ore, pensando a mio padre, a tutto quello che mi avrebbe mostrato fuori di qui. Un sacco di meraviglie.

La voce narrante è quella del protagonista. Un ragazzino che non avrà più di sette anni e di cui non ha alcuna importanza conoscere il nome. Attraverso i suoi occhi, senza che sia necessario nominarli o descriverli, si materializzano i sospiri. Il sospiro della noia, il sospiro della mancanza, il sospiro dell’anelare verso chi non c’è. Il sospiro della pazienza che i bambini sembrano non avere e di cui, invece, in realtà sanno essere maestri.

Nel suo sconforto e nel desiderio di avere quello che non c’è, può identificarsi qualunque bambino. E, allo stesso tempo, qualunque madre che deve fare i conti coi propri sensi di colpa e con la consapevolezza del proprio ruolo di maggiore presenza nella vita di un figlio. È a lei che toccano le sgridate, è su di lei che si scatena la rabbia ed è ancora a lei che, di istinto, si attribuiscono le colpe.

«Un pomeriggio, come sempre, mia mamma ha brontolato: «Smettila con quel gioco! Devi proprio stare lì tutto il giorno a non far niente?»
Sì, esatto. Non volevo fare proprio niente.
Solo uccidere i miei marziani.
Come sempre, mi ha strappato il gioco di mano.
Come sempre, l’ho ripreso di nascosto.
Dopo, sono uscito.

Il bimbo esce, sbam!, nonostante il diluvio.

Appena fuori, ho sentito che tutta la noia del mondo si era data appuntamento in giardino. Sotto la pioggia. Ho stretto forte il mio gioco.

Tutta la noia del mondo. Descritta da Beatrice Alemagna con parole eleganti e illustrazioni che odorano di pioggia. Con la sua mantellina arancione, il fanciullo si confonde tra i colori della giornata uggiosa. Inizialmente, abbacchiato, quasi disperato. Poi, man mano che la natura incede sempre più sicuro ed estasiato. Libero di fregarsene del suo gioco elettronico caduto nel lago, libero di bagnarsi, di sporcarsi e, col cuore a mille, di farsi scuotere da battiti che sembrano tamburi.

Poi la corsa a perdifiato e la caduta rivelatrice: la pioggia che lascia posto all’arcobaleno e l’impressione che il mondo si sia capovolto e che tutto può essere visto sotto un’altra luce.

La gioia di arrampicarsi su un albero, l’aria respirata a pieni polmoni, un sorso di pioggia che cola da un ramo e i dialoghi francescani con gli uccelli e persino gli insetti. Un salto in una pozzanghera schizzando dappertutto, tanto mamma non vede, e quei sassolini che diventano caleidoscopi in cui guardare tutto il luccichio del mondo.

Perché non l’avevo mai fatto prima?

Già, perché?

Infine, il rientro a casa di soppiatto dove, davanti allo specchio, appare riflesso il sorriso di papà.

La poesia di Alemagna, come sempre, trova il culmine sul finale.

Mia mamma continuava a scrivere. Per la prima volta stavamo ascoltando lo stesso silenzio.

Finalmente l’empatia e, in qualche modo, l’abbraccio a chi c’è sempre stata, ancora e nonostante tutto.

Allora ho avuto voglia di stringerla forte e di raccontarle tutto quello che avevo visto, sentito, assaggiato. Invece siamo rimasti a guardarci. A guardarci e ad annusare il profumo della nostra cioccolata calda.

Elogio del silenzio. E della sua capacità di condivisione dei sentimenti più intimi. Alla fine, anche i bambini lo sanno: le parole, a volte, non servono proprio a niente.

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Alessandra Testa

Giornalista professionista, dopo dodici anni all'interno della redazione de "Il Domani di Bologna", che poi ha cessato le pubblicazioni, si occupa oggi di comunicazione interculturale e letteratura per l'infanzia. Redattrice di prodotti editoriali, tra i suoi ultimi progetti, un laboratorio di giornalismo e un concorso di fiabe per donne migranti.

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