Oramai la domanda si è fatta sempre più frequente e incalzante: “Mamma, quando arriva il bambino?”. E visto che le 40 settimane sono dietro l’angolo, a chiedermelo non è solo mia figlia, ma praticamente chiunque incontri.
La mia risposta è diventata questa:
Non manca molto, ormai. Sta facendo più in fretta che può.
Poetica e generica al punto giusto, non trovate? L’ho rubata a un acclamato autore e illustratore anglosassone, John Burningham, che, insieme alla moglie Helen Oxenbury, altro mostro sacro della letteratura per l’infanzia internazionale, ha dato alla luce nel 2010 uno dei più toccanti picture books sull’arrivo di un fratellino che mi sia capitato di leggere: There’s going to be a baby.
Nel 2011 Giunti lo ha portato in Italia con il titolo “È in arrivo un bambino“, con la traduzione di Duccio Vani. Sono felice di averlo scoperto in biblioteca e che sia diventata una delle letture più richieste da mia figlia, abbracciate nel lettone.
John Burningham e Helen Oxenbury, Motta Junior, 2011
Età di lettura consigliata: dai 3 anni
Che la Oxenbury abbia una naturale predilezione e una speciale dote nel raffigurare l’essenza della prima infanzia si sa. Suoi sono capolavori come “Dieci dita alle mani dieci dita ai piedini“, gli storici cartonati della serie “I can“, “I touch“, “I see“, “I hear“, e tantissimi altri titoli.
[Leggi qui per saperne di più sui libri per neonati di Helen Oxenbury]
In questo albo l’attenzione degli autori è rivolta al fratello maggiore, che vive l’attesa alternando momenti di curiosità ad altri di tristezza e confusione. La storia comincia dall’annuncio della mamma, semplice e asciutto, mentre il figlio è sotto le coperte: Presto ci sarà un altro bambino.
La notizia viene data presto, all’inizio della gravidanza, nel pieno della stagione invernale, quando il ventre della mamma è ancora piatto e il parto è previsto per l’autunno.
Ogni giro di pagina notiamo che il tempo scorre, e che le stagioni cambiano, mentre la pancia di lei cresce e il dialogo tra madre e figlio va avanti, sobrio, dolce.
Le situazioni che li ritraggono sono sempre diverse: li vediamo al ristorante, al museo, al parco, allo zoo, a casa nella vasca da bagno. La sensazione è quella di una profonda intimità che li lega, di un affiatamento tangibile, un desiderio comune di vivere tante esperienze belle insieme.
Come due amici, o due innamorati, o comunque due “pari”, mamma e figlio conversano, si ascoltano e si rispettano. La domanda su cui ruota il loro confronto è: “Che cosa farà il bambino?” e le fantasiose risposte che dà la mamma rappresentano un terreno fertile per innescare l’immaginazione del figlio.
Chissà, potrebbe lavorare in un ristorante e fare il cuoco, le dice pacatamente mentre sono seduti al tavolino di un locale. Ed ecco che l’immaginario del figlio prende forma e anche noi vediamo ciò che la sua mente gli suggerisce: un maldestro bebè in cucina intento a preparare una torta.
Forse diventerà un pittore e dipingerà quadri meravigliosi. Ipotizza la mamma mentre ammirano un dipinto.
Se è un pittore, ribatte lui, farà un sacco di confusione dappertutto. E di nuovo l’illustratrice ci mostra quello che il bambino si prefigura: un buffo lattante che armeggia con pennelli e colori creando disastri in casa.
L’albo è tutto costruito su questo meccanismo dal ritmo regolare: due pagine sono dedicate al dialogo tra mamma e figlio, le due facciate seguenti alla materializzazione dei pensieri del bambino, che immagina il fratellino al lavoro, impegnato a fare ciò che di volta in volta la donna gli suggerisce.
Efficace e condivisibile è la scelta, da parte degli autori, di rappresentare il pensiero del bambino in uno stile illustrativo differente, affidandolo a delle vignette. In questo modo lo spazio della fantasia viene separato da quello della realtà e il “gioco” può andare avanti senza disorientare il lettore.
Ciò che più amo di questo albo, che è bellissimo anche da sfogliare e tenere in mano grazie al suo formato quadrato grande e rassicurante, e alla pulizia generale di immagini e testi, è il suo dar voce con naturalezza all‘ambivalenza dei sentimenti del bambino protagonista.
Le sue esternazioni, che rivelano sempre una punta di gelosia e competizione nei confronti del nascituro, non vengono mai contraddette o sminuite dalla mamma. Al contrario, è sempre lui ad avere l’ultima parola. La madre non ribatte mai. I dubbi del figlio diventano sequenze illustrate che tutti noi possiamo seguire e che, al di là delle intenzioni del fratellone, suscitano allegria.
A metà del libro, che corrisponde a metà gravidanza, arriva per la prima (e unica volta) la richiesta che nessuna mamma in attesa vorrebbe mai sentirsi rivolgere:
Mamma, puoi dire al bambino di andare via?
Noi non abbiamo mica bisogno di questo bambino. Eh, mamma?
Fuori piove, giornata no. Che fare? Che rispondere?
Ancora una volta questa mamma elegante, moderna, colta, sceglie il silenzio e rimane calma e serena. Anche questo brutto pensiero va rispettato e compreso.
Non c’è bisogno di dire nulla. Scivolerà via come la pioggia battente. L’importante è affrontarlo insieme, stretti stretti, al riparo di un grosso ombrello verde.
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