«Le cose dormono, sognano piccoli sogni e si svegliano»
Dentro le nostre case gli oggetti vivono. Solo che noi, abitanti distratti, non ce ne accorgiamo.
di Maria José Ferrada e Gaia Stella, trad. Marta Rota Núñez, Topipittori, 2017 – Età di lettura consigliata dall’editore: 7 anni
In questa piccola raccolta di poesie della scrittrice cilena Maria José Ferrada, accompagnate dal tratto semplice e luminoso delle illustrazioni di Gaia Stella, si entra in contatto con il lato sconosciuto (ai più!) di un mondo che in realtà ben conosciamo: quello degli oggetti della nostra quotidianità.
Immergendosi tra queste pagine, si scopre dell’esistenza di lampade/soli e lampade/narcisi (o alveari), di quadri/francobolli, di tazze/piscine e di divani/nonni, ma anche che ogni cosa che si trova in casa è dotata di una voce e che quindi può parlarci, per spiegarci di sé.
Gli interrogativi trovano risposta sin dalla prima pagina:
È una lingua che sembra un ronzio
O un battito di ciglia.
[…]
«Ffrrrrr srrsrsrs sciasiasscia trrrrrr
Frrrrrtr zzzzsrrrrrrrrr»
Risuona il segreto delle cose.
Ammetto di aver avuto una certa difficoltà nel leggerlo, mi ha richiesto una certa attenzione il trascriverlo, figuriamoci quale grado di complessità si nasconda nel cercare di capirlo! Servirebbe un traduttore… o un esperto di segreti.
Non so dire esattamente se l’autrice sia l’una o l’altra cosa (anche se i suoi testi precedenti mi han fatto percepire sensibilità e intensità nella comprensione del mondo), ma di certo è in grado di dare un’interpretazione efficace alla vita che si cela dietro quello che normalmente vediamo.
Una prospettiva (quasi) nuova su qualcosa che nuovo (di certo) non è.
A seguire lo sviluppo del testo, quasi come se si trattasse di un movimento da una stanza all’altra della casa, ci sono i disegni della Stella, che rappresenta con linearità ed essenzialità (insomma, nel suo stile inconfondibile) tutti gli oggetti citati. I colori usati per ritrarli sono quelli già visibili in copertina: niente di più, ma soprattutto niente di meno; forme geometriche, con linee nette e precise, che riescono comunque a non diventare troppo rigorose o rigide: a momenti, mi pare che danzino.
A volte nei libri illustrati le immagini fanno da sfondo alle parole, oppure ci vanno a braccetto, completandone in qualche modo il senso; qui le illustrazioni non sono di certo invadenti, ma paiono volersi contendere con le poesie l’occupazione dello spazio bianco delle pagine: in alcune fanno loro da cornice, in altre si sdraiano indisturbate finendo pure per strabordare, in altre ancora sono le protagoniste assolute.
Tra le forme, fortunatamente famigliari, e l’ignota lingua straniera si trovano anche delle riconoscibili onomatopee (l’interpretazione acustica del funzionamento degli oggetti)
Plin, plin.
Flop, flop.
[…]
Click click clik
che ben si sposano con la musicalità generale tipica del linguaggio poetico, anche se in assenza di rime.
Insomma, penso che il cuore pulsante di questo libro stia nell’utilizzo di “materiali” semplici, per risultati tutt’altro che banali. Trovo inoltre che sia una sorta di rivincita per le cose stesse, quella di vedere descritta in maniera non consueta la loro funzionalità: chi usa i fiammiferi e li tira fuori dalla scatola li fa sbocciare, essendo dei “semini allungati del fuoco”; chi ha problemi di vista con gli occhiali riesce a vedere meglio, ma con “due cerchi di vetro che si mettono davanti agli occhi”, si “vedono le cose in modo diverso”.
Appartiene infatti soltanto ai bambini (o agli adulti evidentemente rimasti in contatto con il mondo dell’infanzia) la capacità di dare vita agli oggetti, donando loro parole e ruoli, ma soprattutto anime; grazie alle sue poesie, diventa chiaro che non si tratta puramente di inventare, ma che è sufficiente guardare con occhi diversi, tutto quello che si trova già davanti a noi.
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