di Alessandra Testa

C’è una massima di Nick Hornby, l’autore che forse più di altri ha saputo portare la musica fra le pagine, che sembra descrivere alla perfezione quanto capita al protagonista de L’Orso e il Piano, primo albo illustrato firmato dall’anglosassone David Litchfield e tradotto quest’anno in Italia da ZOOlibri.

Questa è la frase: «La musica ha un grande potere: ti riporta indietro nel momento stesso in cui ti porta avanti, così che provi, contemporaneamente, nostalgia e speranza».

L’Orso e il Piano

di David Litchfield, ZOOlibri, 2017

Tutto inizia quando un piccolo orso, nella foresta, si imbatte in qualcosa che non aveva mai visto prima: un pianoforte.

Il richiamo di quel “plonk!” ottenuto pigiando sul primo tasto è subito irrefrenabile. Una chiamata a cui non poter rinunciare. E che, giorno dopo giorno, fa di un analfabeta del pentagramma, e che mai prima di allora aveva visto uno strumento musicale, un talentuoso pianista.

«Quando suonava, l’orso era felicissimo. Il suono lo trasportava lontano dalla finestra e lui sognava misteriose terre sconosciute».

L’arte di Orso, seppur solitaria, diventa ben presto apprezzata da tutti gli altri suoi simili. E ogni sera una piccola folla di estimatori comincia a raccogliersi intorno a quelle meravigliose melodie prodotte da quello strumento a tasti che l’autore inizialmente indica con l’appellativo di “strana cosa”.

Alla conclusione dell’ennesima esibizione, dal pubblico si palesa quello che noi appartenenti al mondo degli umani chiameremmo impresario. «Vieni in città», è l’invito, «lì potrai fare strada».

In città per Orso comincia un’altra vita. Concerti, nuove note, emozioni mai provate prima, interviste, premi, dischi da incidere. E poi i teatri, quegli ambienti dall’atmosfera magica che, a chi lo merita, sanno regalare applausi che paiono abbracci.

«La città era proprio come aveva sperato. Ma dentro di sé, nel profondo, qualcosa gli stringeva il cuore. Aveva fama e riconoscimenti e tutta la musica del mondo. Ma gli mancava la foresta. Gli mancavano gli amici. Gli mancava casa».

Appollaiato come un gatto su un tetto che per vista ha un panorama e un orizzonte da grandi aspettative, Orso anela alle sue origini, alla sua verde e fitta foresta. Si arma allora di remi e canoa e inizia a ripercorrere a ritroso l’onda in cui si era tuffato inseguendo il talento e la libertà.

Una volta a casa, trova la sua radura vuota. Nessuno ad aspettarlo, nemmeno quel magnifico pianoforte che aveva scovato un giorno per caso.

Pensa che i suoi amici lo abbiano dimenticato o che provino rancore o invidia per la sua dipartita.

In realtà, gli è sufficiente attendere qualche ora per capire che non è affatto così. Il suo indimenticato strumento musicale è ancora lì, conservato con cura, come si fa con i ricordi importanti, e arricchito di tutti gli orpelli e gli articoli di giornale che testimoniano il suo successo.

Rincuorato, si sistema sul suo sgabello e, dopo aver raccontato di mille e una notte trascorse lontano da casa, comincia a suonare. Finalmente felice e davanti al pubblico più importante: il suo.

Ancora una volta ZOOlibri ci regala un albo di grande poesia. Dietro a un testo semplice e illustrazioni da scenografia teatrale, si nasconde una musica dal ritmo vivace. È la colonna sonora che ha ispirato l’autore: Little Room, The White Stripes.

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Alessandra Testa

Giornalista professionista, dopo dodici anni all'interno della redazione de "Il Domani di Bologna", che poi ha cessato le pubblicazioni, si occupa oggi di comunicazione interculturale e letteratura per l'infanzia. Redattrice di prodotti editoriali, tra i suoi ultimi progetti, un laboratorio di giornalismo e un concorso di fiabe per donne migranti.

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