Letture per bambini

Sono il quinto | l’attesa, la tensione, lo stupore

Immaginiamoci com’è essere il quinto (Fünfter sein, nell’originale). Ce ne sono uno due tre quattro davanti a noi, e poi chi sa cosa succede dietro quella porta dove uno alla volta il primo il secondo il terzo il quarto vanno a nascondersi senza fiatare. E tra poco, tra pochissimo, è il nostro turno.

Sono il quinto è una sequenza di tavole che raccontano l’attesa, cariche di mistero e ansia; è come un cortometraggio muto basato sulle riprese di una telecamera fissa in una stanza che ha tutta l’aria di essere la sala d’aspetto di un dottore. Noi siamo la telecamera, ma anche il quinto, cioè il pinocchio col naso rotto che occupa l’ultima sedia.

La copertina potrebbe essere la prima pagina del libro, perché già ci catapulta nella penombra silenziosa della stanza. Prima di noi ci sono altri quattro giocattoli rotti: un pinguino che ha bisogno di due ali nuove, un pulcino senza una ruota, un orso col braccio fasciato e una benda sull’occhio, e una rana che ha perso qualcosa. Tutti sembrano tanto preoccupati prima di entrare, quanto allegri e alleggeriti quando escono.

Il lampadario è quasi un personaggio: si muove da lassù ogni volta che la porta si apre proiettando un fascio di luce sul pavimento, e sembra voler accompagnare i giocattoli, sostenerli in quei pochi passi che hanno da fare.

Il formato di Sono il quinto è orizzontale, le pagine di destra piene del tratto poetico dell’illustratore (il pluripremiato artista tedesco Norman Junge), e quelle di sinistra bianche con poche parole al centro, come una gigante didascalia o una trascrizione dei pensieri del pinocchio (il testo è del poeta austriaco Ernst Jandl).

Le ripetizioni di brevissime frasi e gesti, il ritmo lento e l’alternarsi di luce e buio danno alla storia una grande carica emotiva, insieme alle espressioni di chi è prossimo a oltrepassare la porta (la rana si capovolge sul dorso, per esempio, e al pinocchio scende una lacrima). Un altro elemento ancora concorre a mio avviso a creare il crescendo di tensione: il silenzio; i giocattoli tra loro non si parlano, nella stanza non risuonano voci, le parole sono solo nella testa di noi pinocchi.

E alla fine, quando la porta si spalanca proprio per noi, per il pinocchio, che educatamente si toglie il cappello per salutare (ecco che scopriamo chi c’è dietro la porta!), tutta la tensione si scioglie in un sorriso e in un punto esclamativo.

Sono il quinto

di Norman Junge e Ernst Jandl, traduzione Anna Becchi, Babalibri, 2019

Età di lettura suggerita: dai 3 anni

Roberta Garavaglia

Classe 1984, laureata in sociologia, mamma, ogni tanto scrive racconti.

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