Un albo dall’aura misteriosa, che ha inizio con un Tanto tempo fa e lascia aperti interrogativi che rimangono senza risposta. Siamo in un’epoca lontana, in una terra sconosciuta, dove si muovono due figure maschili, un uomo e un bambino, in cammino da chissà quanto.
L’adulto trasporta una pesante valigia gialla di ferro, il piccolo uno zainetto leggero, dello stesso colore. Si incontrano a metà strada, non sanno nulla l’uno dell’altro, ma decidono di diventare compagni di viaggio.
Dove sono diretti? Perché sono soli? Non lo sappiamo. Sono immersi nella natura, attraversano montagne, superano boschi e paesaggi lunari, intorno a loro animali sinuosi prendono vita. I due non comunicano molto, ma il bambino osserva l’uomo ed è incuriosito dalla sua ricerca di tesori, oggetti luccicanti come l’oro che custodisce nella sua borsa. Anche il bambino segretamente inizia a conservare qualcosa nel suo zainetto.
Il viaggio è lungo, faticoso, non lineare. Una notte i due subiscono l’assalto dei ladri, che si avventano prima sulla valigia dell’uomo, deridendolo per ciò che trovano al suo interno (lampadine, pezzi di vetro, soldi di latta…), poi sullo zainetto del bambino, che li lascia muti, senza fiatare, e li spinge ad andarsene in punta di piedi.
“Che cosa hanno trovato nel tuo zainetto?”, chiede l’uomo per la prima volta al bambino. La scoperta ci dà accesso al suo cuore: nessuna cosa è riposta e conservata lì, ma solo parole, parole per lui importanti (LUNA, MONDO, DIO, SOLE…) e i discorsi che l’uomo gli aveva fatto e lo avevano aiutato a crescere e a sentirsi più sicuro. E nello zaino ci sono anche dei bigliettini, in cui il ragazzino aveva appuntato i suoi ricordi più intensi di quel lungo viaggio… quando l’uomo lo aveva aiutato a superare la febbre, o ad addormentarsi, o ad attraversare insieme la corrente del fiume.
Quello che fino a questo momento ci era sembrato un rapporto silenzioso e tutto sommato tiepido, ci appare ora molto più vivo e pulsante. Ci accorgiamo che per il bambino quell’uomo conta tanto e che grazie a lui ha affrontato paure, superato la solitudine, conosciuto parole e strade nuove, ha imparato ad andare sempre avanti.
In un angolino dello zainetto, l’uomo trova un ultimo bigliettino, il più significativo e toccante, scritto con mano tremolante, che inizia con queste parole: Tutte le cose hanno un nome… Solo tu non ce l’hai. Certe volte ti chiamo “ehi!” e tu mi chiami “bambino”.
Ma vorrei tanto trovarti il nome giusto…
E per tutto quello che ha fatto per lui, per tutto quello che gli ha insegnato e donato, il nome può essere solo uno… ti chiamerò papà.
Un libro d’atmosfera, affascinante, che genera riflessioni intime, sicuramente pensato più per un lettore adulto, per riflettere sul valore della paternità e sulle responsabilità che da essa derivano.
Un libro che ha anche un’altra lettura a mio avviso: non è papà solo chi ti vede nascere, ma chi, incontrandoti lungo il cammino della vita, è capace di salvarti e accompagnarti con amore.
di Can Ran, illustrazioni di Ma Daishu, traduz. di Simona Gallo, Rizzoli, 2018
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