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Due fratelli in contrasto, un tunnel ignoto, un’avventura oltre il dicibile

Lo scorso febbraio Camelozampa ha pubblicato Il Tunnel, un albo del 1989 scritto e illustrato da Anthony Browne, un’indiscussa eccellenza letteraria di cui in tanti, tra appassionati ed addetti ai lavori, hanno provato ad offrire una chiave di lettura; come spesso capita alle opere di Browne infatti, questo albo non è immediatamente intelligibile ed è inevitabile chiedersi che cosa l’autore intenda davvero raccontare con questa storia.

Il Tunnel

di Anthony Browne, traduzione di Sara Saorin, pp. 32, Camelozampa 2020, costo 16.00 euro – Età di lettura consigliata: dai 4 anni

copertina Il Tunnel

Ad una prima lettura, sembra l’ennesimo racconto edificante e un po’ sentimentale sulla fratellanza, una storia esemplare che celebra l’amore fraterno, inteso come forza capace di rivelarsi nel momento del bisogno vincendo differenze, paure e durezze del cuore. Potremmo tranquillamente fermarci qui, e qualcuno a buon diritto lo fa.

Tuttavia, questa prima pista interpretativa risulta un po’ troppo facile e luminosa e non sembra congruente con l’inquietudine che continua ad abitare il lettore anche dopo l’ultima pagina; non perché sia una falsa pista, semplicemente è solo una delle vie lungo le quali si può attraversare l’intrico di questo libro, la più larga e immediata. Da essa partono molti altri piccoli sentieri che rivelano un territorio ben più ricco di fascino e complessità.

Indizi di queste “vie altre” sono disseminati a piene mani nelle illustrazioni, com’è tipico della poetica di Browne, e aprono delle deviazioni in una narrazione che apparirebbe ben più lineare se avessimo a disposizione solo il testo. Il codice testuale infatti regge il filo della trama e ci fa procedere con la storia, mentre il codice iconico spalanca voragini sotto ai nostri piedi, ci fa scendere in profondità, facendoci un po’ “smarrire nel bosco” dei significati possibili.

Browne fa compiere al lettore un grosso esercizio di sguardo

Potremmo semplicemente lasciarci suggestionare dalle illustrazioni, respirando l’atmosfera del racconto senza porci troppe domande; potremmo arrovellarci per cercare di penetrare i significati metaforici di ciascun dettaglio (le scarpe, la corda, la spranga di ferro…), oppure andare a caccia di citazioni (da fiabe, mitologia, arte surrealista ed altra letteratura classica per l’infanzia), cercando di decifrarle una per una. In ogni caso, riconosceremmo quanto le tavole di Browne ci portano oltre la letteralità del testo, “dicendo” l’indicibile.

La vicenda narra di un fratello e una sorella, diversi da ogni punto di vista. Lei è tranquilla, solitaria, riflessiva, trascorre il tempo in casa a leggere libri di fiabe; lui invece è un tipo energico e disinvolto che ama giocare all’aperto con gli amici. Lei è emotiva e facilmente impressionabile e lui ne approfitta per spaventarla e prenderla in giro. Questa dicotomia ci appare già nel risguardo iniziale: sulla sinistra, dove poi comparirà la bambina, c’è una tappezzeria dai morbidi intrecci floreali e un libro di fiabe sul pavimento; dalla parte del fratello troviamo invece una carta da parati raffigurante un muro di mattoni. La carta da parati è una ricorrenza negli albi di Browne, si pensi per esempio a Il Maialibro e Sciocco Billy, e cela sempre interessanti simbolismi. La differenza di indole dei due fratelli fa da specchio alla loro reciproca lontananza affettiva.

il risguardo de Il Tunnel

Una mattina, esasperata dai loro continui litigi, la mamma li spedisce fuori casa e i due si trovano, loro malgrado, insieme. Arrivati sullo spiazzo di una discarica, il ragazzino lascia la sorella sola in quel posto orribile e se ne va ad esplorare i dintorni. Presto però la chiama, ha trovato un tunnel e vuole andare a vedere che cosa c’è dall’altra parte. La bambina, impaurita, cerca di dissuaderlo: «Ci potrebbero essere streghe… o folletti… o qualunque cosa». Lei che conosce le fiabe sa che a varcare certe soglie ci si mette in pericolo. Il bambino, sprezzante, si infila nel tunnel, sparisce e non torna più indietro; resta solo il suo pallone da calcio, abbandonato all’imbocco del cunicolo.

nella discarica

Spaventata fino alle lacrime, la ragazzina non può far altro che andare a cercarlo, rinunciando al suo caro libro che, a sua volta, lascia appena fuori dal tunnel. Questi oggetti abbandonati nell’ “al-di-qua” sono simboli identitari; lasciarli cadere significa predisporsi ad una trasformazione. Ciò che i due vivranno dall’altra parte del tunnel infatti li cambierà intimamente, non solo nel loro rapporto reciproco ma soprattutto nella loro individualità; non è un caso che ad avventura conclusa scopriamo finalmente i loro nomi.

oltre il tunnel

I due bambini riemergono dal tunnel non più divisi ma insieme; erano due, diventano uno. È il contrario di ciò che accade nella fiaba di Hansel e Gretel, che Browne ben conosce e che risuona in modo importante in questo albo (Hansel and Gretel, A. Browne, Walker Books, 1981); se lì i due fratellini, prima confusi l’uno nell’altro, al termine della storia si separano, si identificano nella loro singolarità, qui invece partono separati e incompleti e tornano integrati in una unità più complessa che li comprende entrambi. È lo stesso autore a suggerire questa interpretazione:

sebbene Il Tunnel sia, ad un primo livello, la storia di un fratello e di una sorella, [essi] rappresentano i due lati di una stessa persona. [Lui] è il “maschile”: chiassoso ed estroverso, fisicamente attivo e pronto a buttarsi in modo coraggioso ma irresponsabile in qualsiasi situazione. [Lei] è il “femminile”: calma e fantasiosa, premurosa e sensibile […] è [però] abbastanza “maschile” da avventurarsi nel tunnel e salvare suo fratello, mentre [lui] dimostra sufficiente “femminilità” da farsi intenerire da un abbraccio affettuoso (da Playing the shape game, Doubleday, 2011, traduzione mia).

lo sguardo tra sorella e fratello alla fine

Un’attenzione speciale merita il personaggio della bambina in quanto vera protagonista del racconto; è suo il volto che ci congeda alla fine del libro, mentre non vediamo in viso il fratello, un volto sorridente e, si direbbe, scaltrito dall’avventura vissuta. La bambina è un novella Cappuccetto Rosso, Browne ce lo dice esplicitamente vestendola con un cappottino rosso, appendendo alla parete della sua cameretta, che è una sorta di santuario ai Fratelli Grimm  (da Playing the shape game, Doubleday, 2011, traduzione mia), una riproduzione del Cappuccetto Rosso di Walter Crane, inscenando l’incursione di un lupo (il fratello mascherato) nella sua stanza mentre lei è a letto, per non parlare della fuga nella foresta che riprende proprio l’illustrazione di Crane; così come il suo alter ego fiabesco esce dalla pancia del lupo trasformato, più consapevole ed adulto («mai più correrai sola nel bosco, lontano dal sentiero, quando la mamma te lo ha proibito», si dice Cappuccetto una volta salva. (Jacob e Wilhelm Grimm, fiabe, Einaudi, traduzione di Clara Bovero), la nostra protagonista si fa nuova nell’affrontare la prova del tunnel, trovando le risorse necessarie nelle sue amate fiabe, di cui si è tanto nutrita, che l’hanno inconsapevolmente resa sensibile, temeraria e sapiente. Mi sembra quasi di sentirla, divenuta adulta, parafrasare la celebre frase del poeta Heinrich Heine: «da ragazza, tanto lessi, che non ebbi più paura di nulla».

interni di Il Tunnel
RISPARMI 0,80 €
Il tunnel
  • Browne, Anthony (Author)
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