Nella vita di Orso c’è un prima. “Prima, Orso aveva una bella casa”. Prima Orso aveva amici cari, con cui trascorreva pomeriggi lieti. Aveva una torta preferita, dei passatempi che lo divertivano.
Nella vita di Orso c’è anche un dopo ed è tutto quello che gli è rimasto dopo “il grande scombussolamento”.
Marianne Dubuc non ci dice di che cosa si tratti. Ognuno, io credo, può vederci ciò che vuole, può trovarci il riflesso di quello che nella propria esperienza personale ha segnato lo stacco tra un prima e un dopo. Non per forza deve essere qualcosa che per gli altri ha una qualche importanza, ciò che conta è che qualcosa ha sconvolto la nostra vita, il nostro modo di vedere le cose che ci circondano.
Così la poltrona che Orso ha sempre amato, ora non è più la sua preferita, la torta di fragole gli piace ancora, ma non ha più lo stesso sapore. Nulla è più come prima.
Allora Orso sente dentro di sé il bisogno di andare, di mettersi alla ricerca della felicità che ha perduto. Si lascia guidare dal caso, assapora il cammino, la solitudine, la libertà. Ascolta i sussurri del vento.
Questo per lui è il momento di porsi nuove domande, di scoprire, di esplorare e fare esperienze. Orso lascia alle spalle ciò che lo ha ferito o deluso e si apre al mondo.
Quando giunge alla casa di Coniglio, però, il timore ha la meglio. Forse non è ancora forte come pensava. Non osa farsi avanti, ma per fortuna è Coniglio ad accorgersi di lui. Lo invita ad entrare e assieme trascorrono ore serene.
Eppure, mentre aiuta Coniglio a riparare il tetto della sua casa dopo un forte vento, Orso realizza che il suo posto non è lì e che il viaggio deve continuare. Coniglio ha rischiato di perdere la sua casa, Orso l’ha abbandonata.
Basta una sola, breve frase, per capire che nell’animo di Orso c’è ancora una grande malinconia. “Perdere ciò che si ama è molto triste”, scrive Marianne Dubuc. Poche parole contengono una storia molto più grande, che solo Orso conosce e che lo tocca nel profondo.
Questa volta è la voce degli alberi a richiamarlo e lui la ascolta e si rimette in cammino.
Orso si ritrova nel bel mezzo del bosco, senza più nessuna certezza, mentre la pioggia comincia a cadere. Cala la notte, fuori, ma soprattutto dentro di lui.
Marianne Dubuc rende questo momento attraverso due pagine nere. Il buio, quasi una sorta di black out, è interrotto da tre sole parole: “Restare immobili. Nascosti”.
Succede però che, a forza di tenere gli occhi chiusi per non vedere ciò che ci spaventa, magari rischiamo di non accorgerci che il peggio è passato. Arriva Mus, il topolino, a riportarlo alla realtà, mostrandogli ciò che nel buio non era riuscito a vedere: una vallata verdeggiante, un ruscello e cespugli carichi di mirtilli.
Come già ne “Il sentiero”, Marianne Dubuc parla ai suoi lettori di crescita e cambiamento e lo fa attraverso l’immagine del cammino.
La strada percorsa ha cambiato Orso, lo ha fatto maturare e riflettere su se stesso, gli ha permesso di lasciarsi alle spalle quel “prima”, trasformando il “dopo” in un nuovo giorno in cui finalmente ora splende il sole.
L’Orso che è partito non è quello che è arrivato in quella vallata, da Mus. Ogni passo, ogni dubbio, ogni incontro lo hanno aiutato a capire cosa stava cercando e, forse, a comprendere meglio anche da che cosa si stava allontanando, che cosa non desiderava più. Così per Orso è arrivato il momento di fermarsi, almeno per un po’, e di godersi ciò che ha saputo conquistare con le sue forze, nonostante la paura, la tristezza e il buio.
Al suo fianco c’è un nuovo amico, magari il primo di tanti, con cui costruire, passo dopo passo, una nuova felicità.
Orso e i sussurri del vento
Marianne Dubuc, Orecchio acerbo, trad. Paolo Cesari, 2021.
Età di lettura consigliata: dai 5 anni
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