Il mio secondo giorno alla Bologna Children’s Bookfair è cominciato con una notizia che mi ha fatto enormemente piacere. Mentre ero in macchina per raggiungere la fiera (ringrazio pubblicamente Beniamino Sidoti e Angela Catrani per l’ospitalità e per i vari passaggi elargiti) ho appreso che Orecchio Acerbo si era aggiudicato il premio BOP 2017 come miglior editore europeo per ragazzi:
Il “BOP – Bologna Prize for the Best Children’s Publishers of the Year” premia per ciascuna delle sei aree del mondo gli editori che si sono distinti maggiormente per il carattere creativo e la qualità delle scelte editoriali nell’ultimo anno”.
La produzione di Orecchio Acerbo è sinonimo di qualità editoriale, ricerca, eleganza, sperimentazione. Credo proprio che nessuno possa obiettare su questa meritatissima vittoria.
Il primo incontro che mi ero segnata in agenda era la presentazione delle novità editoriali di Bacchilega Junior. Dato che ero un po’ in anticipo, ne ho approfittato per fare un giro tra gli spazi espositivi del Service Centre, dove erano allestite le mostre più importanti della fiera, come quella degli Illustratori con le tavole di 75 autori editi e inediti (selezionate tra le oltre 16840 tavole inviate alla giuria) provenienti da 26 Paesi, e quella del paese ospite (quest’anno Catalogna, Isole Baleari e Valencia).
Come sempre accade quando poso gli occhi sulle numerose illustrazioni esposte, la sensazione che mi assale è quella di stordimento. Molto più facile, per me, districarmi tra i libri e le storie… ecco perché mi sono presto diretta nella zona (troppo esigua!) dedicata alla libreria internazionale, dove era possibile acquistare diversi volumi pregiati, anche esteri.
Una vetrina a parte, come di consueto, era riservata ai libri che quest’anno hanno ricevuto premi e menzioni speciali dalla giuria.
Ma veniamo all’incontro che si è tenuto in Sala Allegretto dedicato alle pubblicazioni dell’editore Bacchilega Junior.
Il tempo a mia disposizione era poco, sono riuscita a seguire la presentazione di “Blu di Barba” (testo di Barbara Ferraro, illustrazioni di Srimalie Bassani, consigliato a partire dagli 8 anni). L’opera è un’elegante riscrittura in rima della crudele fiaba Barbablù di Charles Perrault, seguendo però la traduzione collodiana del 1875.
Spiegando il processo di realizzazione del libro, la giovane e talentuosa illustratrice ha raccontato di aver portato un’innovazione fondamentale nella rappresentazione di questa fiaba: per la prima volta i personaggi sono stati illustrati come animali. A colpire sono in particolare i loro occhi dallo sguardo inquietante e il blu pervasivo che avvolge i protagonisti e gli ambienti.
L’autrice (la mitica Barbara Ferraro di AtlantideKids e collega di Libricalzelunghe), ha lavorato sul testo in modo attento, senza risparmiare ai lettori gli elementi caratterizzanti della fiaba: la morte, la paura, la crudeltà, ma apportando alcune varianti e consegnandoci un finale aperto alla speranza. Spiega Ferraro:
“Una fiaba crudele ma necessaria che, ascoltata dalla voce di un caro, di un adulto che cura, consente al bambino di trovare in sé gli strumenti per realizzare la propria rivalsa, per rifarsi, per non soccombere”.
Alle 10.30 ho dovuto salutare gli amici di Bacchilega per prendere parte a un dibattito organizzato da Editoriale Scienza sul seguente tema: “La scienza è un gioco da ragazze“: Perché le letture scientifiche per l’infanzia sono considerate da maschi? Come superare questa convinzione?
Al tavolo di confronto, moderato dalla scrittrice Vichi De Marchi, erano state invitate insieme alla sottoscritta Filomena Grimaldi della libreria Controvento, Grazia Gotti, esperta di letteratura per l’infanzia, Ilaria Francica della biblioteca Salaborsa, Della Passarelli editrice di Sinnos, Roberta Fulci, collaboratrice di Radio 3 Scienza e Martina Russo della rivista Andersen.
Partendo dal triste dato che alle bambine quasi mai vengono regalati libri scientifici (ma si potrebbe fare un ragionamento simile con i maschi, ai quali vengono negati libri con copertine fiorate o con protagoniste femminili), ciascuna delle relatrici ha riportato la propria esperienza e si è interrogata sui motivi alla base di certi pregiudizi. Per scuotere un po’ le coscienze, qualche mese fa la libraia Filomena Grimaldi ha affisso un cartello nella sua libreria (“Controvento” di Telese Terme, in provincia di Benevento), con su scritto che avrebbe offerto un caffè a chi avesse comprato un libro di scienze a una bambina.
Ognuna di noi ha invocato un cambio di pensiero e un superamento degli stereotipi ancora diffusi, per poter offrire alle bambine e ai bambini tutti gli stimoli culturali di cui hanno diritto per crescere senza paure o limitazioni, coltivando i propri interessi, nutrendo le proprie passioni, credendo in se stessi.
Da parte mia ho fatto notare che molti genitori considerano i libri scientifici al pari dei libri “scolastici” e che dunque difficilmente li scelgono per un regalo, preferendo ad essi storie, fumetti, albi artistici. Li cercano, invece, per scopi strumentali, quando devono spiegare ai bambini concetti altrimenti difficili da far capire con parole proprie, perché ritenuti imbarazzanti o dolorosi (di qui la forte richiesta di albi per spiegare come nascono i bambini, per esempio). Anche io ho dovuto però convenire su un fatto: molto spesso i libri vengono giudicati dal colore della copertina e difficilmente un albo azzurro, anche se parla di pianeti, costellazioni o forza di gravità, finisce nelle mani di una bambina…
Il dibattito, nonostante alcuni problemi tecnici (poteva seguire solamente chi era munito di cuffie) ha avuto un buon riscontro ed è stato strutturato in modo da accogliere differenti opinioni e punti di vista. Spero di potervi presto segnalare il link al video che è stato girato dall’editore.
Intorno alle 14.45 si è tenuto il consueto collegamento in diretta video da Stoccolma, per conoscere il nome del vincitore dell’Astrid Lindgren Memorial Award, fra i più prestigiosi (e ricchi) premi conferiti nel panorama della letteratura per l’infanzia. A ottenerlo è stato il gigante autore e illustratore tedesco Wolf Erlbruch, pubblicato anche in Italia da Salani (Chi me l’ha fatta in testa?, scritto con Werner Holzwarth, tradotto da Donatella Ziliotto) e da e/o (L’orso che non c’era, La grande domanda, Due che si amano e altri).
Il terzo (e ultimo) incontro che mi sono concessa in questa giornata è stato quello legato al concorso “Illustrazioni in movimento“, bando per illustratori promosso dalle Associazioni di Promozione Sociale Emmi’s Care ed Edufrog, che invitava a reinterpretare un’illustrazione con cui Klara Pap ha documentato per prima il naturale movimento del bambino, impreziosendo il lavoro della pediatra ungherese Emmi Pikler.
Avete mai riflettuto sul modo in cui vengono raffigurati i bambini negli albi illustrati? Provate a pensarci: i loro movimenti sono colti con immediatezza e spontaneità? Vi sembra che le illustrazioni rispettino la reale fisiologia del bambino e il loro naturale sviluppo motorio?
L’originale concorso ha consentito di creare uno spazio di studio intorno al bambino e ad esso seguiranno una mostra itinerante e delle attività seminariali di formazione. La tavola vincitrice è stata realizzata da Matilde Lidia Martinelli:
In giuria c’erano anche due editrici di alto spessore: Francesca Archinto (Babalibri) e Fausta Orecchio (Orecchio Acerbo), che hanno così commentato la loro esperienza:
Francesca Archinto:
“Non succede spesso di focalizzarsi sullo studio del movimento corretto del bambino, ho trovato intrigante questa prospettiva. Quando i bambini sono molto piccoli, negli albi illustrati si disegnano prevalentemente animali. Quando si illustrano bambini, in genere si presta molta attenzione allo sguardo, mentre il movimento corporeo è un po’ in secondo piano. Tra le 84 tavole che hanno partecipato al concorso ci sono state ottime proposte. Gli illustratori che si sono cimentati, hanno cercato di capire e di guardare il movimento del bambino. Io credo che se un bambino trova nell’illustrazione qualcosa che stona, come una gestualità in cui non si riconosce, la storia ne risente.”
Fausta Orecchio:
Al master per illustratori che teniamo a Macerata uno degli esercizi che propongo è provare a disegnare un bambino. C’è un grande disegnatore, Milton Glaser, che ha detto: ‘Solo nel momento in cui provi a disegnare un albero, capisci come è fatto l’albero’. Capirne la natura più profonda.I bambini per lo più vengono disegnati partendo da fotografie, o dalle illustrazioni di altri artisti. Invece bisogna riprenderli dal vero, capire la loro natura. Osservare i movimenti che gli adulti non sono capaci di fare. Capirli, disegnarli, significa rispettarli. I disegnatori hanno questa grande chance che nessun altro ha”.
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