I libri aiutano, ma non sono manuali per interpretare le emozioni

La pedagogista Francesca Romana Grasso è scettica sull’abitudine di usare gli albi illustrati come ricette per superare le difficoltà che gli adulti incontrano nell’educazione dei bambini. Al sopravvalutato Che rabbia! preferirebbe la lettura alternata di tanti testi, primi fra tutti i perfetti Nel paese dei mostri selvaggi e Urlo di mamma

di Alessandra Testa

Francesca Romana Grasso ha un sorriso aperto e la voce serena di chi crede profondamente nel suo mestiere. Classe 1971 e pedagogista col pallino della letteratura, ha avuto il coraggio di abbandonare il posto fisso che aveva al Comune di Arezzo, dove lavorava come esperta di pianificazione e progettazione dei servizi sociali, per dare vita a Edufrog, un progetto che le consente di affiancare alla sua professionalità una maggiore libertà di movimento.

Con un corso di alta formazione conseguito all’Accademia Drosselmeier Centro studi di Letteratura per l’Infanzia di Bologna, collabora oggi con enti pubblici e privati, occupandosi di progettazione, formazione, consulenza e conducendo laboratori e seminari per bambini, genitori, educatori ed insegnanti. Scrive inoltre per la rivista Liber ed è ideatrice, insieme all’associazione Emmi’s Care, del Festival per l’infanzia e le famiglie Family Care di Brescia.
Contattata per chiederle un parere sull’albo illustrato Che rabbia! e sull’uso che se ne fa nelle scuole dell’infanzia, la conversazione si è trasformata in una riflessione a 360 gradi sulle emozioni dei più piccoli e sulla pretesa degli adulti di trovare scorciatoie “alte” per affrontare quelle difficoltà che normalmente si presentano di fronte a chi accompagna, come familiare, insegnante o educatore, la crescita di un bambino.

Francesca Romana Grasso
Francesca Romana Grasso, foto di Anna Pisapia

Intervista a Francesca Romana Grasso

I libri vengono spesso usati per aiutare i bambini ad interpretare le proprie emozioni, in particolare quelle negative. Che rabbia! di Mireille d’Allancé è uno dei testi più utilizzati nelle scuole dell’infanzia. Come la lettura di un libro può assolvere a questa funzione?

«Io credo che un libro abbia innanzitutto l’obbligo di essere un bel libro, cioè di avere una sua coerenza fra testo e paratesto e, nel caso specifico dell’albo illustrato, che il dialogo fra le parole e le immagini sia particolarmente interessante. Deve esserci cioè una funzione di dialogo, magari di frizione e non semplicemente di ornamento rispetto al testo.

Faccio questa precisazione perché sono molto critica rispetto alla banalizzazione che viene fatta dei libri, libri che troppo spesso vengono utilizzati strumentalmente da adulti un po’ in difficoltà. Esempio: si deve togliere il pannolino al proprio figlio? Anziché riflettere su quali possano essere i segnali attraverso i quali capire se il bambino è pronto o meno, si pensa che basti leggergli un libro su questo tema per trasmettergli il messaggio che è arrivata l’ora di toglierlo. È un uso completamente sbagliato della letteratura, e in buona parte indotto da pessime abitudini che vengono accolte anche all’interno dei servizi scolastici. Una prassi in cui macera il settore editoriale che, avendo il suo mercato più fiorente proprio nell’albo illustrato, propone titoli su titoli, molti brutti, su uno stesso argomento per rispondere con una “ricettina” alle difficoltà dei genitori. Ecco, con Che rabbia! deve essere successo proprio questo».

la rabbia rovescia la stanza
immagine tratta da “Che rabbia!” di Mireille D’Allancé, Babalibri

Che rabbia! è un libro molto amato. La sua è una bocciatura senza possibilità d’appello?

«Non amo particolarmente questo libro, ma non ne penso neanche tutto il male del mondo. Anzi, ne riconosco dei meriti. Trovo, però, sia un testo un po’ fragile così come lo sono alcuni di quei libri scritti da autori, appena diventati genitori, che tentano di universalizzare la propria esperienza. Ciò che mi ha portato ad avere poca benevolenza nei suoi confronti è l’utilizzo, a mio avviso, spesso discutibile che se ne fa negli asili nido e nelle scuole materne. Viene trattato come libro ricetta per insegnare ai genitori, magari nell’ambito di riunioni con le famiglie, come gestire la rabbia dei figli.

Un libro questo compito non ce l’ha. Ma se proprio glielo si vuole attribuire, allora che si tratti per lo meno di un prodotto ineccepibile, perfetto, cosa che Che rabbia! non è. Il libro ha il compito, anzi il dovere, di essere una bella opera letteraria, il fatto che poi possa aiutare qualcuno nulla ha a che vedere con la sua funzione. Non credo che Lev Tolstoj abbia scritto Anna Karenina con un fine diverso dall’esplorare un tema e suonerebbe ridicolo se qualcuno lo usasse per spiegare come gestire i rapporti familiari quando una madre sceglie di separarsi dal figlio per seguire un uomo. Tolstoj l’ha scritto perché aveva una esigenza letteraria, se poi chi legge Anna Karenina trova tutta una serie di elementi che lo aiutano a maturare in maniera critica delle sue valutazioni personali è solamente un meraviglioso effetto collaterale della lettura».

Sta dicendo quindi che il libro non va mai letto con un obiettivo, ma semplicemente per la storia di cui è contenitore?

«Proprio così. Che rabbia! è solo una storia, non un libro aspirina da proporre al bambino dopo una sfuriata. Come ogni testo, va letto senza obiettivi diversi dalla ricerca del piacere che può dare la lettura.

E no, Che rabbia! non è e non può essere considerato un manuale di accompagnamento alla genitorialità. Un libro non ha la funzione di sostituirsi né all’educatore né all’insegnante tanto meno ad un genitore. Gli educatori devono essere le persone e i libri non devono impartire nessuna lezioncina».

la rabbia viene messa nella scatola
immagine tratta da “Che rabbia!” di Mireille D’Allancé, Babalibri

Roberto, il bambino protagonista, una volta riacquistata la calma rinchiude la Cosa che lo ha sopraffatto in una piccola scatola blu. Questo è il punto del libro che riscontra più perplessità. Cosa ne pensa?

«Penso sia la parte più critica di questo albo illustrato. Se uno vuole fare una lettura pedagogica o psicologica, chiudere la rabbia in una scatola, reprimerla, è un pessimo messaggio. La rabbia è bene esplorarla, anche fra le pagine. Come succede in quello che è universalmente considerato il più bel libro sulla rabbia della storia della letteratura per l’infanzia: Nel paese dei mostri selvaggi scritto da Maurice Sendak nel 1963.

La fuga nel fantastico di Max permette al bambino di vivere la mitopoiesi che già ci aveva regalato, una ventina d’anni prima, Astrid Lindgren con le avventure di Pippi Calzelunghe: “Ah, ora vi faccio vedere io cosa sarà possibile!” è la magnifica proiezione. Qui, invece, c’è una visione della rabbia come una Cosa cattiva, che rompe gli oggetti che poi vanno obbligatoriamente riparati, tornando di sotto anche sorridenti e affamati.

La rabbia non è un tabù, bisogna permettere al bambino di viverla. Proprio come gli adulti, anche i bambini hanno il diritto di arrabbiarsi. La mia domanda è: perché c’è questa tendenza a censurare la loro rabbia? La rabbia fa parte della vita, ha una grande potenza creatrice, in grado di cambiare le cose. Non va repressa. Chi non si arrabbia, è spesso vittima di prepotenza. È sempre meglio un arrabbiato, che un passivo. Storicamente, le rivoluzioni sono nate dalla rabbia. E anche nel piccolo quotidiano – seppur da adulti ci raccontiamo di amare quelle sovrastrutture che ci vogliono sempre pacati, sorridenti e disponibili – un’esplosione di rabbia per tutelarsi di fronte ad un prepotente non è negativa. Anzi, la rabbia spesso innesca una capacità programmatica per uscire da una situazione nella quale non si sta più bene».

Francesca Romana Grasso
Francesca Romana Grasso in una foto di Giuseppe Bartorille

Però l’urlo liberatorio che Roberto emette prima di dare vita alla Cosa può diventare, se chi legge è bravo a coinvolgere il suo interlocutore, uno spunto per un gioco da fare insieme al bambino che ascolta: gridare all’unisono per scaricare le tossine…

«Quella infatti è la parte vitale del libro che, non a caso, è anche il clou de Nel paese dei mostri selvaggi, con tre doppie pagine di muta ridda selvaggia dove viene aperta all’immaginario la facoltà di figurarsi qualsiasi tipo di scenario inenarrabile, tanto che non si trovano nemmeno le parole per descriverlo.

La struttura narrativa di Che rabbia! funziona molto bene fin lì, quando Roberto sale in camera e con l’urlo dirompente caratterizza la rabbia con quell’aspetto di vitalità non controllabile che effettivamente la definisce. Tutto quel che viene dopo, invece, non mi piace, lo trovo troppo adulto e un po’ manipolatorio perché da qualche parte pare nascondersi il grillo parlante di Pinocchio che, risvegliando in lui una coscienza che lo porta ad aggiustare tutto, dice al piccolo protagonista: “Oh, come sei stato cattivo!”. Voler promettere poi che si riesce a riparare tutto quello che si è rotto è disonesto, perché mette il bambino nella condizione di vivere il senso di colpa e non una situazione invece necessaria alla crescita: “L’ho combinata così grossa che non è neppure possibile aggiustare le cose”».

Non salva nient’altro di questo libro così amato dagli educatori?

«Salvo quella che a mio avviso è la parte più preziosa: la prima doppia pagina in cui il padre dapprima sporge con il frustino, poi lo si vede con la pentola in mano che va a servire a tavola, infine preoccupato ad ordinare urla: “Metti via quelle scarpacce!”. La sensazione è chiara: siccome ha appena finito di pulire casa vede nelle scarpe piene di fango del figlio il grande nemico che gli sporca dappertutto. L’immagine è molto interessante perché trasmette uno scenario in cui risulta completamente normale, usuale, che un uomo, un padre, possa fare i lavori di casa. Un messaggio potente dal momento che viviamo in un paese in cui bisogna fare ancora moltissima strada su questo fronte e in cui, davanti a scene del genere, ci sentiamo in dovere di pensare che, siccome la madre stava poco bene, il padre è eccezionalmente impegnato a pulire e cucinare.

Presenta poi elementi interessanti la fiducia che viene accordata alla capacità del bambino di gestire da solo un momento difficile, affidandosi alle proprie capacità personali, interessante nella misura in cui non gli si affidano funzioni paradigmatiche».

Per spezzare una lancia a favore di Che rabbia! e dell’uso che se ne fa nelle scuole, si può però dire che questo libro diventa un importante spunto per conversare tutti insieme e ragionare sulle emozioni e sulle ragioni da cui scaturiscono, sottolineando anche il fatto che essere felici o arrabbiarsi sono stati d’animo che accomunano tutti, adulti e bambini?

«Son perfettamente d’accordo sul fatto che l’adulto abbia il ruolo di aiutare il bambino a nominare il mondo, sia quello esterno sia il suo interiore, e che gli albi illustrati da questo punto di vista possano fare da apripista. Ma credo anche che non ci si possa fossilizzare su un unico titolo. Sono tanti i libri che affrontano la tematica della rabbia, in alcuni casi in maniera davvero eccellente».

I suoi titoli preferiti?

«In assoluto Nel paese dei mostri selvaggi di Maurice Sendak e Urlo di mamma di Jutta Bauer. La rabbia è un sentimento da esplorare, non da reprimere. Nel paese dei mostri selvaggi è un testo insuperato, di una cultura e di un respiro ampio. La capacità di accogliere le fantasie più inconfessabili – “Vado via, sentirete tutti la mia mancanza, vi lascio per un posto dove mi apprezzano davvero, tanto che divento il re di tutti i mostri selvaggi” – è di una forza disarmante. Uno può farsi tutte le fantasie del mondo, anche di morte, ma restano fantasie. Immaginare di andarsene lontano dalla mamma come fa Max non significa essere cattivi. Questa è una lettura che un bambino piccolo non fa razionalmente, ma è un bel messaggio.

È come quando Pippi Calzelunghe che è la bambina più forte del mondo, ancora più forte del padre che è l’uomo più forte del mondo, insegna a sognare il “se potessi, farei proprio come voglio io!”. La copertina de Nel paese dei mostri selvaggi è, poi, epica: c’è un riferimento innegabile all’Ulisse, i risguardi col fogliame ci riportano Nel mezzo del cammin di nostra vita e i volti dei mostri selvaggi richiamano allo stile del grande William Blake».

Francesca Romana Grasso
Francesca Romana Grasso, foto di Giuseppe Bartorille

E Urlo di mamma?

«Urlo di mamma è un altro capolavoro che, purtroppo, fa molta molta paura alle mamme. È infatti molto faticoso, e provoca disagio e vergogna come non fossero pensieri umani, riconoscersi in questo sentimento di rabbia, fatica e di fantasie sul come si stava meglio prima quando, senza bambino, si era padrone della propria vita.

Urlo di mamma ti mette in tilt perché ha un racconto psicologico di una precisione sorprendente. Quando un genitore urla e perde il controllo in maniera forte, il bambino molto piccolo ha davvero una percezione di frammentazione che da Jutta Bauer viene espressa con testa, codino e gambe del cucciolo di pinguino che volano da tutte le parti. Fra mamma e bambino c’è un’unione simbiotica che garantisce anche l’unità dei corpi. Il fatto che Urlo di mamma osi andare a toccare il momento in cui il bambino si frammenta spaventa le madri che, dopo un impeto di rabbia, non riescono a far la pace con loro stesse.

Viviamo in una società che spinge alla perfezione, in cui una donna si sente in difetto sia se torna al lavoro troppo presto dopo il parto sia se sceglie di lasciarlo momentaneamente o definitivamente. Ma perché nella pubblicità sono tutte felici e sorridenti mentre io sono arrabbiata e mi domando chi me lo ha fatto fare di fare questo bambino? Beh, ci pensa il raffinato finale in cui la madre ricuce assieme tutti i pezzi a darci la risposta, in questo caso giusta: perdoniamoci e ricominciamo il viaggio insieme».

Per concludere, che consiglio si sente di dare agli educatori, agli insegnanti e alle famiglie nella gestione di sentimenti come la rabbia dei più piccoli?

«Sono convinta che la differenza fra i servizi educativi e le famiglie deve rimanere netta. Se da una parte, è importante aiutare i genitori a recuperare una consapevolezza sui bisogni del bambino che oggi è andata drammaticamente persa, dall’altro è necessario che essi capiscano che nessuno è perfetto e che, per fortuna, i difetti dell’adulto aiuteranno il bambino a sentirsi adeguato. Se anche i genitori – che ai suoi occhi sono le persone più in gamba del mondo – sono fallati, allora può sbagliare, gridare e piangere anche lui, che in fondo non è poi così grave. Piuttosto, cerchino tutti di evitare confusione fra libertà del bambino e spontaneismo, fra ritmi di vita troppo frenetici con giornate stressanti e piene di attività e diritto alla noia, intesa come otium creativo e rigenerante».


Per approfondire:

Leggi la recensione di “Che rabbia” e guarda il nostro videotrailer

La nostra segnalazione di “Urlo di mamma”

Fiabe classiche: perché dovremmo leggerle ai bambini? Il parere della pedagogista