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Nel paese dei mostri selvaggi: un esaltante viaggio dentro se stessi

Nel paese dei mostri selvaggi di Maurice Sendak è uno di quei capolavori della letteratura che tutti dovrebbero conoscere.

di Alessandra Testa

Nel paese dei mostri selvaggi: il Booktrailer

È una storia per bambini apparentemente semplicemisteriosa. Breve e, allo stesso tempo, infinita. Come le contraddizioni che, già da piccolissimi, si annidano dentro ogni animo umano fra regole e desiderio di libertà, rabbia e sogni di rivalsa, fuga e necessità di tornare indietro. A casa, ovunque essa sia.

L’incipit è maestoso, con il suo forte richiamo all’immedesimazione:

Quella sera Max si mise il costume da lupo e ne combinò di tutti i colori
e anche peggio.

Per raccontare le malefatte del protagonista, l’autore entra subito nel vivo della storia e non spreca neanche una goccia di inchiostro. Bastano le illustrazioni, che in questo albo sono prorompenti: dopo aver impiccato il pupazzo preferito, impugnato un enorme martello per attaccare un chiodo e, in equilibrio su due grossi tomi, crepato la parete per montare una tenda con le lenzuola del letto; Max, non domo, si mette a rincorrere l’incolpevole cane di casa con una forchetta.

Max con il costume da lupo ne combina di tutti i colori

Max è un personaggio carismatico. Non c’è bambino che non si possa identificare nella sua voglia – e non certo perché ha avuto una brutta giornata – di disubbidire e fare quel che gli pare, semplicemente perché è divertente o perché essere come ci vorrebbero gli altri non è sempre possibile.

Quando la madre, spazientita, lo riprende al grido di «MOSTRO SELVAGGIO», lui, perfettamente calato nella parte, ribatte con «E IO TI SBRANO», andando ad aggravare ancor più la sua posizione… Non sorprende che venga spedito in camera senza cena.

L’espressione di Max, chiuso nella propria stanza, l’abbiamo assunta milioni di volte anche noi. Quel «adesso ti faccio vedere io!» che, in base alla nostra personale capacità di autocontrollo, ci teniamo più o meno dentro, è il particolare non detto che diventa universale.

Nella camera di Max quella sera una foresta crebbe

la camera di max si trasforma in foresta

Guardate il volto beato di Max ai primi alberi spuntati dal pavimento: sembra sollevato come lo è chi ha trovato la via di fuga ad ogni regola imposta.

e crebbe crebbe crebbe
crebbe fino al soffitto ormai fatto di rami e foglie
e pure le pareti si trasformarono in foresta

Nella stanza si formò perfino un mare, in cui il bambino sceglie di vivere ed esplorare la sua ribellione, salpando con una barchetta e andandosene, finalmente, lontano.

Un epico viaggio dentro la mente umana

La storia, nella sua semplicità narrativa, va a stuzzicare quel desiderio di urlare e scappare via che si comincia ad accarezzare già in giovane età e che, probabilmente, accomuna tutto il genere umano. Le illustrazioni, perfettamente aderenti a questo anelare, la rendono semplicemente immensa.

Con espedienti linguistici colti e ricercati, come si scoprirà nelle pagine finali, Sendak mette in azione una macchina del tempo che permette un viaggio alla volta di una selva oscura di dantesca memoria.

E navigò in lungo e in largo
per mesi e mesi
infine dopo un anno o poco più
giunse nel paese dei mostri selvaggi

Con la faccia di chi non ha nemmeno bisogno di dirlo che non ha paura di niente, Max guarda i mostri mentre ruggiscono terribilmente, digrignano i denti, roteano tremendamente gli occhi e mostrano gli artigli orrendi. Quando impavido, con lo stesso fare autoritario con cui la madre lo aveva spedito in camera, ordina loro «A CUCCIA!» viene immediatamente proclamato re di tutti i mostri selvaggi.

Max diventa re dei mostri selvaggi

Ma la parte migliore deve ancora arrivare.
Da vero leader, il neo re si trasforma nel pifferaio magico e dà il via alle danze:

«E adesso» urlò Max «attacchiamo la ridda selvaggia!»

La ridda selvaggia è la soluzione perfetta adottata da Sendak per rappresentare lo stato d’animo di Max. Urlare, cantare e ballare sono i modi più terreni (e civili) in cui manifestare la propria cosa selvaggia. Farlo insieme ad altri, poi, rende la catarsi un rito contagioso e per questo ancor più liberatorio.

A questo punto, l’autore sceglie nuovamente di sospendere le parole e ci propone tre doppie pagine di pura arte, la cui genesi è da riscontrarsi nella profonda conoscenza che l’autore – scomparso nel 2012 – aveva della pittura e della letteratura del Rinascimento italiano.

la ridda selvaggia

Il lupo Max e i mostri si lasciano andare ai loro istinti e, ad osservarli bene, non sono affatto mostruosi. Anzi, nella loro “scimmia” senza freni alla luna sono buffi e perfino bellissimi. Così come lo sono i bambini che, arrivati a questo punto della storia, si cimentano nello stesso ballo scatenato. Facendo, come direbbe Sendak, anche peggio.

Cacciate fuori le tossine e prodotta la quantità sufficiente di adrenalina, sopraggiunge la solitudine. Il rancore è sparito e Max sente la nostalgia di casa.
Essere re del paese dei mostri selvaggi non vale niente se non si può tornare in quel posto dove c’era qualcuno che lo amava più di ogni altra cosa al mondo.
Nel disappunto generale dei sudditi, il bambino decide di rinunciare a corona e scettro e di tornare indietro.

Ora, il linguaggio e la macchina del tempo di cui si diceva:

e navigò indietro per un anno o poco più
e in lungo e in largo per un mese
e per un giorno intero.

Finché tornò a quella sera nella sua stanzetta
dove trovò la cena ad aspettarlo

la cena è ancora calda

che era ancora calda.

Il ripetuto uso di «quella sera» rende il ritmo poetico e definisce lo spazio temporale: tutto è avvenuto in poche ore in una cameretta dove, alla fine del fantastico viaggio intrapreso nella sua mente, Max ritrova le sue cose in ordine e ha la certezza, senza bisogno di sentirselo dire, che è stato perdonato. A conferma che il desiderio coleroso di voler abbandonare la propria madre è naturale quanto l’amore incondizionato che si spera leghi per sempre chi vuole e deve essere libero a chi l’ha partorito.

A VOLTE, LE COSE SELVAGGE SIAMO PROPRIO NOI

Richiuso il libro, all’adulto risulterà immediatamente evidente che Nel paese dei mostri selvaggi è molto di più che un semplice racconto sulla rabbia.
I mostri selvaggi non sono solo le tante realtà, tangibili o meno (e comunque esterne), che ci fanno andare su tutte le furie o di cui abbiamo paura, ma anche le ombre che albergano, consapevoli o meno, dentro di noi.
Proprio per questo, seppur perfettamente calzante e commercialmente appetibile, il titolo italiano è riduttivo rispetto all’originale Where the wild things are, che va dritto al grande nocciolo della questione: A VOLTE, LE COSE SELVAGGE SIAMO PROPRIO NOI.

Un libro censurato e considerato pericoloso

Non c’è da stupirsi quindi se, quando uscì nel 1963, Where the wild things are non ottenne i favori della critica statunitense e le copie vendute furono in numero inferiore rispetto alle aspettative dell’editore. Addirittura, in un articolo dell’epoca, il noto psicanalista Bruno Bettelheim lo descrisse come un libro pericoloso da non lasciare mai incustodito nella stanza di un bambino.
A dispetto di quella autorevole stroncatura, furono i bambini a decretarne il successo, chiedendolo e richiedendolo in prestito alle biblioteche pubbliche (che in alcuni casi lo avevano censurato) e contribuendo alla successiva impennata delle vendite.
Solo in seguito arrivarono i doverosi riconoscimenti, primi fra tutti la Caldecott Medal nel 1964 e i prestigiosi Boston Globe-Horn Book Award e American Library Association Notable Book.

Da allora, la critica è quasi unanime: Nel paese dei mostri selvaggi è un classico della letteratura, che a più di cinquant’anni dalla sua stesura continua ad essere acquistato e ristampato in tutto il mondo. Un apprezzamento che va oltre l’innegabile bellezza del racconto, del necessario richiamo all’immaginazione e della magnificenza della sua estetica. L’opera di Maurice Sendak – in Italia tradotto da Antonio Porta per Babalibri (ma attualmente non più presente nel loro catalogo) – si presta a così tanti piani di interpretazione che, benché analizzato e studiato da molti critici e professionisti della formazione, continua a mantenere un suo mistero, a rimandare continuamente a nuovi livelli di lettura e a trasformarsi in un modello da imitare per le opere successive (comprese quelle cinematografiche).

A chi conosce già questo albo illustrato, sono fortemente consigliate le riflessioni che l’autrice, illustratrice e critica Anna Castagnoli ha affidato al blog Le figure dei libri, dove io stessa ho raccolto informazioni preziose per la scrittura di questo articolo. Ci troverete curiosità interessanti e anche piccoli avvenimenti che passeranno alla storia, come la lettura ad alta voce recitata dall’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama ad una folla di bambini festanti nel giardino della Casa Bianca.

A chi non lo ha mai nemmeno sfogliato, invece, un suggerimento sincero: fiondatevi in biblioteca o in libreria e fate un bel regalo ai vostri figli. Nel paese delle cose selvagge (io preferisco tradurlo così) è l’invito di un genio alle giovani generazioni: siate liberi, siate ribelli, mamma e papà saranno comunque dalla vostra parte.

Colonna sonora consigliata: Where the wild things are dei Metallica.