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La storia di Kebarie, bambina rom in una classe di sloveni

A farmi compagnia nelle mie letture serali dei giorni scorsi è stato un romanzo che segna la nascita di una nuova collana di letteratura per ragazzi dal nome Rendez-vous, in seno alla casa editrice leccese besa muci, che si propone di dare voce alla grande letteratura per ragazzi dal mondo, con un occhio di riguardo all’area balcanica e al fenomeno migratorio.

Il primo titolo della collana è “Il nastro rosso“, in libreria dal 25 febbraio, firmato da Janja Vidmar, pluripremiata scrittrice slovena che indaga senza retorica temi difficili e controversi, con una scrittura fresca, schietta, appassionante. Davvero una scoperta per me e che sono felice di condividere con voi.

copertina del libro Il nastro rosso

Il nastro rosso” (età di lettura 9+) racconta la complicata esperienza di integrazione di una bambina rom di nome Kebarie in una scuola slovena e sottolinea le differenze culturali e di mentalità che creano distanza e ostilità tra la famiglia della bambina e il Paese in cui vivono.

La voce di Kebarie in questo romanzo è travolgente, luminosa, brillante. Una voce che risuona potente e con un soffio spazza via le maldicenze, le derisioni, le cattiverie che è costretta a subire da parte dei suoi coetanei sloveni e di quanti non sopportano le sue abitudini, il suo salire in piedi sul banco a ballare, la sua parlata Rom, i quaderni lisi, la sua irrequietezza. 

Kebarie, Kedi per parenti e amici (il nomignolo che le ha dato il padre e che significa “leggere”) fa fatica a esprimersi in quella lingua nuova, mentre a leggere se la cava bene. Eppure l’insegnante insiste, le dice che deve imparare a parlare in sloveno, che così seguirà meglio le lezioni. La sfida è aperta e la bambina non molla, il suo rapporto di attrito e attrazione con la maestra Erika caratterizza il tempo della scuola.

Kebarie ha una mente creativa e adora le storie, soprattutto ascoltare quelle che le racconta il suo dade (papà), come la favola della principessa sul pisello, trasformata per lei nella vicenda di una coraggiosa principessa rom. Il papà desidera che la sua bambina impari ad amare la lettura perché è una grande forma di libertà e le permette di sognare. Ma dall’inizio del romanzo l’uomo è assente. E la sua assenza non spiegata è un peso terribile da sopportare.

Le manca il suo dade, non vede l’ora di rivederlo, pensa e parla di lui continuamente. Crede che sia partito per la Russia alla volta del re dei Rom. Gli altri bambini si vantano dei loro genitori che fanno mestieri importanti, che guidano auto di lusso, che salvano vite e tengono alla larga ubriaconi e zingari… Lei ribatte orgogliosa che il suo papà è uno stregone, che con la moto e senza patente salta la fila, che un giorno, con una magia, ha fatto comparire un braccialetto d’oro per la mamma.

Una volta viene accusata di aver rubato una moneta… lei sente bruciare in petto l’ingiustizia. I compagni di classe la giudicano e pensano male. Secondo la maestra è perché «la gente di norma non apprezza quello che non conosce». 

A casa non ci sono dinari, la mamma parla di matrimonio per lei dopo le elementari, la phuri daj (la nonna) si comporta in modo strano. Con l’incalzare della vicenda, quando si viene a sapere che il padre di Kebarie in realtà è in prigione, probabilmente per un’accusa ingiusta, la bambina non si dà pace, teme che gli abbiano fatto del male, che sia solo e che stia soffrendo. 

Ma sarà un’altra rivelazione a lasciarla ancora più sconcertata e senza parole. Una scoperta che la porterà a guardare con altri occhi il suo papà e ad ingegnarsi per aiutarlo, con tutte le energie e le risorse che ha.

La storia di Kebarie ci racconta non solo la sua personalità vivace e profonda, ma anche la cultura del suo popolo, le contraddizioni stridenti che vive, la gioia dello stare in comunità, la leggerezza ma anche le tante incoerenze e fragilità rispetto al mondo degli “altri”.

La bambina subisce le difficoltà di ritrovarsi in mezzo tra le due realtà, di essere l’unica rom che sa leggere e scrivere, di amare la sua famiglia ma di volersi integrare con gli altri. Coltiva inoltre il sogno di diventare maestra, di riuscire un giorno a scrivere vistorje bellissime. E nutre un grandissimo amore per il papà che, nonostante gli errori e i difetti, le ha donato sempre calore, attenzione, dedizione, speranza nel futuro.

Tutto questo groviglio di temi e sentimenti è espresso in uno stile scorrevole e acceso, con tanti rimandi alla lingua di Kebarie, per permettere ai lettori di conoscerne il suono, la scrittura, di capirne i meccanismi. Una formula che avvicina e lega culture e ci rende tutti un po’ più ricchi.

Davvero un bell’esordio questa collana Rendez-vous che porta in Italia storie così umane e oneste, intense, che rimangono lievi pur affrontando temi pesanti come macigni. “Storie che parlano dei ragazzi e dei lori mondi, dei loro desideri e delle loro emozioni, di rapporti conflittuali e costruttivi, di infanzie violate e futuri in ricerca, di trasbordi e accoglienze, di lingue e linguaggi che fanno a botte e di parole che cementano amicizie, di complessità e semplicità, di ricchezza e privazione, di tutto ciò che a distanza di spazio e tempo unisce il mondo dei ragazzi sotto un unico cielo”.

Non vedo l’ora, a questo punto, di leggere le prossime proposte in cantiere. 

Il nastro rosso

di Janja Vidmar, trad. Lucia Gaja Scuteri, ill. Maria Castellana, besa muci, 2021 – Età di lettura consigliata: dai 9 anni

Il nastro rosso
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