Trasmettevano un cartone animato all’inizio degli anni Ottanta che si intitolava «Carletto il principe dei mostri», tratto da un manga di Fujiko Fujio. Carletto, dall’aspetto di un bambino, era il figlio del Re di Mostrilandia, portava sempre un cappello e possedeva diversi superpoteri. Il trio dei mostri comprendeva, oltre a Carletto, il maggiordomo Frank che parlava solo il linguaggio dei mostri, il Conte Dracula, colto ma indisciplinato, e il lupo mannaro Wolf che era il cuoco di casa e di giorno era umano e di notte lupo. E tra i vari mostri ricorrenti comparivano anche Kong e l’Uomo Invisibile.
Non so se Virginia Stefanini e Luca Tagliafico fossero appassionati della serie di Carletto da piccoli, ma il loro albo illustrato, Vorrei essere King Kong (Edizioni Clichy, 2020, età di lettura consigliata: dai 5 anni), me lo immagino risalire dallo stesso pentolone stregato, da uno stesso magma collettivo che ribolle di storie horror divertenti, dissacranti e vivaci, di personaggi classici e vecchio cinema.
Naturalmente per godere appieno una storia, come anche un certo umorismo, è auspicabile avere riferimenti culturali comuni, dunque è molto probabile che questo albo sia maggiormente apprezzato (intendo in modo più pieno, con una comprensione e una sintonia più profonda) dagli amanti del genere.
Però è una storia per tutti e le illustrazioni sono godibili e divertenti; i colori non sono eccessivi, fanno anzi da contenimento alla vivacità del tutto, restano sobri e chiusi in una tavolozza di bianco, arancione carota e gradazioni di blu: lo si evince già dalla copertina, con una gigante bambina-King Kong, e dai risguardi, che sanno di cose comuni di casa come le piastrelle di un bagno.
Il racconto si apre su una quotidianità piuttosto noiosa che poi lascia spazio all’immaginazione più sfrenata e coraggiosa che via via costruisce una sequenza di desiderata.
«Il mio papà non lo immagina, ma certe volte essere una brava bambina che fa le cose di ogni giorno, compie sempre il suo dovere, lo accompagna dappertutto… è mostruosamente noioso.»
Da sottolineare mostruosamente, perché è avverbio, riferito a noioso, ma anche soluzione del problema: c’è una bambina che cammina per mano al suo papà e al suo orso di pezza, e alla pagina seguente c’è una bambina che corre via sorridendo alla libertà e alla fantasia, ciao allo zaino ciao al papà ciao all’orso di pezza… questa bambina vorrebbe essere King Kong! ma non solo, a seconda delle circostanze vorrebbe essere anche l’Uomo Invisibile, per guardare i cartoni indisturbata (in una tavola divertente la bambina si mimetizza con la tappezzeria del salotto e poi sorprende spaventandolo il papà alle sue spalle! il quale da buon co-protagonista è impegnato nella parte dell’investigatore), la Mummia, per nascondere tesori e non lavarsi, la fortissima creatura di Frankenstein, l‘Uomo Lupo e Dracula (che spaventosa ombra proietta, che denti aguzzi! ma siamo sicuri che il conte non ha bisogno di lavarseli i denti?).
Poi, quando è sera e viene l’ora di andare a dormire, tutto cambia: la bambina è di nuovo una bambina e il papà torna il suo papà; ecco la tenerezza e il bisogno di sentirsi protetti e al sicuro.
Si può tentare di scardinare gli stereotipi in diversi modi, Vorrei essere King Kong lo fa con freschezza e simpatia. Se parliamo di stereotipi di genere, ci figuriamo una bambina in rosa che gioca con le bambole mentre la mamma fa i mestieri; in questo albo non si trova nemmeno l’ombra di scene famigliari di questo tipo, c’è invece una bambina che vorrebbe essere King Kong e compagnia, insieme a un papà che fa da spalla ai personaggi dei suoi vorrei.
Ci sono, in queste pagine, spontaneità e velocità, e paure da sciogliere e risate da scoprire.
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