Yukie e l’orso: una storia sul coraggio di affermare la propria identità

La storia di una stirpe antica che rischia di scomparire e del coraggio di una bambina intelligente, forte ed appassionata, che in un percorso fra lingue, suoni e segni vuole raccontare a tutti le storie del suo popolo e affermare la propria identità.
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«Sono nata la notte in cui il piccolo orso è arrivato al villaggio. Nonna raccontava che c’ero io, ben avvolta nelle fasce, e vicino il cucciolo di orso.»

Inizia così la storia di Yukie e l’orso portata in Italia nel 2020 dalla casa editrice Kira Kira, scritta da Alice Keller e illustrata da Maki Hasegawa.

Yukie e l'orso

Inizia con l’arrivo di un orso al villaggio e termina col suo ritorno dal Dio della Montagna, e si intreccia con la vita di una bambina coraggiosa di nome Yukie che è sia protagonista che voce narrante.

interni di Yukie e l'orso

L’orso è l’animale simbolo dell’identità ainu. In tutti i villaggi ainu si usava possedere un cucciolo di orso da allevare come un figlio per qualche anno, fino al momento del sacrificio durante il rito tradizionale dell’invio.

C’è una foto di Fosco Maraini, riportata in chiusura in una sorta di scheda storica, che ritrae una donna ainu con un bambino sulla schiena, e un orso: il bambino si allunga oltre la stoffa del kimono per guardare, la donna tende una mano al cucciolo di orso a quattro zampe, che gliela annusa; gli tocca il muso la donna, con un accenno di sorriso sul viso. È un attimo sospeso e silenzioso, l’intensità e la delicatezza di un incontro che sembra straordinario e allo stesso tempo naturale: due creature della natura in comunione ma anche una donna che avvicina lo spirito di un dio.

La storia di Yukie e l’orso è allo stesso modo straordinaria e naturale, e il linguaggio usato per raccontarla è insieme semplice e poetico, di una ricercatezza tesa a trasmettere naturalezza e leggerezza.

Yukie e l'orso

Yukie vive con la mamma e il papà in una città sul mare, ma a sei anni si trasferisce dalla nonna e dalla zia in quella che viene chiamata «la casa delle storie».

La nonna non parla giapponese, ma ainu, e l’ainu è una lingua esclusivamente orale; l’ainu è una lingua-poesia perché la voce o la parola non è convenzione o mezzo ma è direttamente le cose, è una lingua che si fa onde per raccontare un fiume, che si fa linee rette o curve o rosse o d’oro per parlare di un ricamo, è una lingua che sa cantare tantissime leggende, che sa dire «le impronte inafferrabili della volpe», è una lingua che anche solo a incontrarla di striscio in questo albo ti fa sentire in comunione con tutti gli elementi della natura.

Yukie a scuola si vergogna, viene presa in giro dai compagni perché è ainu. Per lo stesso motivo non viene ammessa a una prestigiosa scuola superiore giapponese. Questo la porta a essere rabbiosa, a non riconoscersi più come ainu e a rompere l’amicizia con l’orso.

Ma un giorno arriva da Tokyo un uomo che vorrebbe ascoltare le loro storie, vorrebbe raccoglierle e scriverle, con l’aiuto di Yukie. «Scrivi di noi», le dirà l’orso. E Yukie lo farà.

La storia vera, a cui si è ispirata il libro, dice che nel 1922 Yukie si sposta a Tokyo e dopo sei mesi completa la prima raccolta. Purtroppo quella stessa notte il cuore malato di Yukie (Chiri Yukie, nata nel 1903 a Noboribetsu, in Hokkaidō) non regge. Il suo lavoro viene pubblicato senza modifiche e ancora oggi è la più importante testimonianza dei canti yukar.

Yukie trascriveva prima i canti in alfabeto romano, poi li traduceva in giapponese.

Una parola come tradurre, però, deve suonare come un termine troppo tecnico a delle orecchie ainu: in Yukie e l’orso la traduzione è una trasformazione, Yukie lavorava «per trasformare ogni loro parola d’aria in un segno» che poi trasformava ancora in giapponese, «e così i canti scorrevano, uno dopo l’altro, riempivano i fogli. E i fogli non erano più solo nostri. Da un’isola all’altra, le parole creavano ponti». Lavoro come trasformazione, quindi, e trasformando suoni e materia si trasforma un po’ anche sé stessi; lavoro come condivisione, anche, a servizio delle parole, dei lettori, di una cultura antica e misteriosa come quella ainu.

Lo stesso vale per leggere, Yukie non era abituata a leggere, i segni neri sui fogli per lei erano muti, e in più a scuola tutti parlavano giapponese; chiedendo aiuto a un compagno disse «trasformalo in suono!» e lui rispose ridendo «intendi dire: leggerlo?»; il fatto è che lei viveva con sua nonna, una cantastorie ainu che «leggeva il fuoco come la maestra a scuola leggeva i fogli».

Le illustrazioni di Yukie e l’orso sono pastellate e raffinate, ricche di animali, foglie, tessuti, gioielli, cose che volano leggere; colori e oggetti da guardare, da sentire.

C’è una tavola in cui si vede la nonna seduta, Yukie più in basso, e poi tutt’intorno fogli che volano, «una pioggia di fogli bianchi» e l’orso e la volpe e le rane e il lupo e il gufo che scappano. Questi fogli bianchi sono quasi un incubo, all’inizio, un ostacolo. Poi saranno trasformazione, liberazione, storie, scrittura, natura, condivisione.

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